Il colore viola

Ho iniziato Il colore viola di Alice Walker, premio Pulitzer per la narrativa 1983 e vincitore del National Book Award per la narrativa sempre nello stesso anno, senza sapere cosa aspettarmi.

Federica ed io lo abbiamo scelto per il nostro progetto #ilrazzismonellaletteratura per proseguire il nostro viaggio nella letteratura che affronta il tema del razzismo, come romanzo ambientato all’inizio del ‘900, dopo la fine della schiavitù. E mi sono trovata tra le mani uno dei libri più stratificati che abbia mai letto.

Celie è una donna di colore, analfabeta, che a soli 14 anni ha già subito abusi e violenze da parte del padre, ha affrontato due gravidanze e visto i suoi figli allontanati da lei, senza saperne più niente, è stata costretta a unirsi in matrimonio con Mr __, violento e manesco, che l’ha sposata solo perché aveva bisogno di una serva che gli gestisse la casa e i figli, dopo la morte della moglie. Il suo unico affetto, l’unico legame importante è la sorella Nettie, che durante un breve intermezzo trascorso nella casa di Celie, le insegna a leggere e scrivere, per poi sparire, senza lasciare tracce.

Celie sopravvive, trascurata ed abusata, il suo unico sfogo sono le lettere che scrive a Dio. Lettere brevi, in cui racconta le sue giornate, gli insulti che riceve, la sua misera vita. Descrive i figli di Mr__ in particolare Harpo e la sua storia con Sofia, una ragazzona che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, che non accetta che il marito la meni o le manchi di rispetto.

È tutta una vita che devo lottare, io. Dovevo lottare contro mio padre. Dovevo lottare contro i miei fratelli. Contro i miei cugini e i miei zii. Una bambina non è al sicuro in una famiglia di maschi. Ma non avrei mai pensato di dover lottare anche in casa mia. Sbuffa. Io voglio bene a Harpo, dice. Dio sa se gliene voglio. Ma preferirei ammazzarlo che permettergli di picchiarmi.”

E’ la prima lezione di consapevolezza che Celie riceve. La prima volta che si rende conto che non è normale né naturale per una donna essere picchiata, abusata, maltrattata.

Ma sarà l’arrivo di Shug Avery, una cantante di blues, di cui Mr__ è innamorato da sempre e che gli ha dato tre figli, a cambiare completamente la sua visione della vita. Shug che prima la guarda dall’alto in basso, si fa servire, la offende, per poi affezionarsi di quella donna servizievole e sempre disponibile. L’amicizia e poi qualcosa in più tra le due donne è il punto di svolta del libro. Come la scoperta delle tante lettere di Celie nascoste in un baule da Mr__ .

Il romanzo che si sviluppa sotto forma epistolare, dapprima delle lettere di Celie a Dio, poi le lettere di Nettie a Celie, infine le lettere di Celie a Nettie, racconta dello spaccato di un’America patriarcale ignorante e violenta. Un’America rurale uscita dalla schiavitù ma ancora strettamente condizionata dai suoi principi. Se all’inizio pare non essere un romanzo che affronta il tema del razzismo, ma solo l’enorme degrado culturale e sociale, via via il colore della pelle diviene centrale. Il trattamento che subisce Sofia, l’arroganza dei bianchi, che poi spesso hanno legami neanche troppo nascosti con i neri, l’atteggiamento degli stessi uomini di colore nei confronti delle donne che hanno appreso dai padroni… tutto trasuda sopraffazione, pregiudizio, oppressione.

Sei nera, sei povera, sei brutta, sei donna. Perdio non sei proprio niente.”

Ma è Celie il punto centrale di questo romanzo, l’elemento che lo rende indimenticabile. Una donna, come dice lei stessa, povera, brutta e nera, senza cultura, abusata fin da ragazzina, una cosa da niente, trattata come una schiava, che trova conforto in delle lettere a Dio, un Dio che a poco a poco cambia proprio come cambia lei. Celie, pagina dopo pagina, acquista consapevolezza, valore, spessore, capisce che nessuno ha il diritto di trattarla così, che lei può amare, ridere, cucire – la creazione dei pantaloni: dalla scelta del colore e del tessuto, al modello più adatto per ognuno, è una delle parti più significative del libro – e soprattutto uscire da un futuro che gli altri hanno scritto per lei. E modificare la stessa immagine di Dio.

Chi ha detto che Dio deve per forza essere un vecchio bianco dalla barba lunga? Leggendo Il colore viola, il pensiero è andato alle tante religioni, in primis musulmana ed ebraica, che non rappresentano Dio. Perché la finitezza dell’uomo non è degna neanche di immaginare, figuriamoci riprodurre, l’infinita perfezione. Infondo Dio è tutto, permane in ogni cosa vivente e non. E’ un albero, una nuvola, una montagna, l’aria… e allora perché Dio non può essere femmina? Forza primigenia creatrice, accogliente e avvolgente? Se lo chiede anche Celie, che poco alla volta, arriva a chiamare Dio Tutto

«Io credo che Dio è tutto, dice Shug. Tutto quello che c’è o che c’è mai stato o ci sarà. E quando riesci a sentirlo, e a rallegrarti di sentirlo, ecco che l’hai trovato.»

Una storia al femminile, di evoluzione e crescita, una storia potente ed indimenticabile.

Dal romanzo nel 1985, è stato tratto un film diretto da Steven Spielberg, con una grandiosa Whoopi Goldberg nella parte di Celie. Un film che rende molto bene il romanzo, seppur con qualche cambiamento, che commuove e convince.

Il colore viola di Alice Walker – Edizioni Sur (2019) – pag. 346

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