Lettera a Martin Eden

Difficile rimanere indifferenti alla penna di Jack London. Conosciuto sopratutto per i suoi romanzi d’avventura, fu uno scrittore versatile e molto particolare.

In Martin Eden, il suo libro più autobiografico, Jack dà vita ad un personaggio estremamente affascinante. Martin è un marinaio, senza istruzione, tutta le sue conoscenze derivano dall’esperienza diretta, da ciò che ha vissuto sulla propria pelle. L’incontro con Ruth, appartenente ad una famiglia borghese, che per lui diventa subito la personificazione di una divinità, una dea, un essere angelicato da mettere su un piedistallo, lo porta a cercare di migliorarsi. Capisce che c’è tanto che lui non conosce, che ha bisogno di studiare, di imparare a comportarsi, di assorbire nel minor tempo possibile gran parte dello scibile umano. La sua intelligenza, unita ad una volontà di ferro, e all’amore che nutre verso Ruth lo spingono a migliorarsi, a ripulirsi, ad essere degno di Lei. Quello che all’inizio è un percorso di miglioramento e un’evoluzione per conquistare l’amore della ragazza, ad un certo punto diventa fuoco, ossessione, Martin inizia a scrivere, ha tanto da dire, sa di esserne capace, in lui c’è determinazione e per certi versi presunzione, perché nonostante i ripetuti rifiuti da parte di editori e di giornali a cui manda i suoi lavori, lui sa che i suoi lavori sono buoni, degni di essere pubblicati. Per questo si scontra con tutti quelli che lo circondano che, invece, vorrebbero trovasse un lavoro e si adeguasse. Nessuno, compresa Ruth, comprende perché invece di cercare un lavoro, impegni tutti i suoi beni e continui a scrivere opere che vengono inesorabilmente rifiutate. Questo lo porta a rendersi conto della mediocrità della classe borghese che fino a prima aveva destato la sua ammirazione.

Il fuoco di Martin e la sua anima irrequieta me lo hanno fatto amare a dismisura. Questa è per Lui:

«Caro Martin

fin dalle prime righe sono rimasta colpita dalla tua prorompente fisicità unita ad una capacità di osservazione fuori dal comune.

Tu un marinaio, senza arte né parte che decide di farsi una cultura e di farlo non seguendo una scuola, un’istruzione preconfezionata, uguale per tutti, ma da autodidatta, saltando dalla filosofia, alla grammatica, dalla matematica alle scienze e unendo il tutto in una tua personale interpretazione.

Tu, grazie ad un’intelligenza fuori dal comune, una volontà di ferro e un acuto spirito critico, che riesci a rielaborare le tue esperienze di vita fondendole con i tuoi studi, le tue curiosità, e vuoi che queste idee diventino storie, perché c’è un fuoco dentro di te, che ti brucia dentro e ti spinge a scrivere, scrivere, scrivere…

Peccato che il mondo non sia in grado di comprendere le anime libere, e voglia sempre e comunque piegare ogni persona o ogni idea nella gabbia di una formula preesistente.

I precursori, i geni, i liberi pensatori non hanno mai avuto una gran vita.

Anche la donna da Te tanto osannata e messa su un piedistallo non riesce a comprenderti, per Lei conta sposarsi, farsi una vita borghese, non capisce perché tu debba fare la fame, perché non accetti il lavoro che suo padre ti offre e se questo vorrà dire tagliarti le ali o renderti diverso dall’uomo di cui si è innamorata, pazienza.

Come è assurda e complicata la vita: le stesse persone che fino al giorno prima ti consideravano un vagabondo, un buono a nulla, ora ti invitano a pranzo ed elogiano i tuoi scritti, gli stessi scritti rifiutati più e più volte, sono ora disputati tra le case editrici e le riviste.

E come è strana ed ingiusta: quando non avevi da mangiare nessuno ti invitava, ora che hai soldi a palate gli inviti fioccano uno dietro l’altro.

Che cosa rimane allora? Non l’amore, né la brama di scrivere, non gli studi, né la vecchia professione…

Non puoi più essere Martin il marinaio, pieno di vita, di entusiasmo, di sogni, ma non puoi nemmeno essere Martin il letterato, lo scrittore di successo.

Non c’è posto per te in un sistema che disprezzi, acritico, superficiale, nozionistico, ma senza un pensiero originale, non puoi farti simile agli altri, ad

“Un branco di pecore che viveva secondo le opinioni degli altri, rifiutandosi di essere individui, di possedere una personalità, di vivere una vita vera a causa dei pregiudizi, di formule puerili di cui si rendevano schiavi”.

Anima disillusa, sconfitta ma non vinta…

Ti ho sentito vicino, ho sofferto con Te e mi sono riconosciuta nel tuo disincanto.

Entri di prepotenza nell’empireo dei miei personaggi letterari preferiti, accanto a Jean Valjean, ad Heathcliff, alla Creatura di Frankenstein a Bazarov, anche loro come te incompresi, odiati, vinti…

Tua Laura»

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