Il dolore di Rocco

Credo che ogni romanzo giallo sia l’occasione per l’autore di analizzare psicologicamente i personaggi e i moventi che spingono all’efferatezza. Ci sono però autori che sanno farlo più e meglio di altri, e Manzini in questo è davvero maestro: ad ogni opera ci regala una serie di pagine sui moti dell’animo del suo protagonista. Centro nevralgico di ogni romanzo che lo vede interprete, Rocco Schiavone è diventato, romanzo dopo romanzo, sempre più un antieroe dolente. Disilluso, stanco, insofferente alle regole, cinico ma anche profondamente volto alla giustizia, non perde occasione per rinnovare la sua lista di “rotture di coglione”, graduate come la sua personalissima Scala Mercalli. E stavolta in un’Aosta sotto la neve e alla vigilia di Natale, non possono mancare all’elenco i cori che sente intonati qua e là per le strade.

Preso inizialmente in giro con una rapina ben congeniata, la quale però nasconde ben altro, si trova presto tra i piedi un cadavere riaffiorato da un lago e un chimico scomparso, che daranno parecchio filo da torcere al vicequestore romano e alla sua squadra.

E come sempre, leggendo le indagini di Rocco Schiavone si ha la netta impressione che quello che importa di più a Manzini non sia tanto la soluzione del delitto, ma soprattutto l’analisi dell’animo umano, di tutti i soggetti coinvolti a vario titolo e varia misura, specialmente del suo protagonista.

Rocco nonostante l’apparente scontrosità e durezza, ha un lato fragile, la sua è un’anima inquieta sempre alla ricerca di qualcosa, con una paura immensa di cambiare, e un desiderio di rimanere fedele a se stesso, quando tutti intorno paiono indossare una maschera: tutti, in fondo, agiamo sotto mentite spoglie, a volte mentendo anche a noi stessi.

«[…] Il travestimento che riesce è quello che si basa sui nostri pregiudizi.»

«Sono d’accordo» disse Sara. «Prendiamo le maschere del teatro greco, o romano. Tutti gli spettatori sapevano che lì dietro c’era un attore, ma per un patto non dichiarato, quella maschera era, che ne so? Lisistrata, Alcmena, Sostrato. E tutti l’accettavano. Tutti accettiamo il travestimento se non scardina certezze stabilite.[…]».

Schiavone, inoltre, deve imparare a vivere con le proprie ombre, con i demoni che lo attanagliano e non lasciano vivere. Dalla morte della moglie Marina, Rocco sopravvive, impedendosi persino la possibilità di intravedere un qualsivoglia futuro nella sua vita. Per lui ci sono il lavoro, che per quanto lo stressi ed esasperi, anche a causa degli agenti che ha a disposizione, è la sua ancora; la cagna Lupa, gli amici Furio e Brizio e poco altro, le cene con il medico legale Fumagalli e sua moglie Michela, la stima sempre più palese con il pubblico ministero Baldi.

Rocco sente che la sua occasione di felicità se ne è andata per sempre e di lui ormai è rimasto solo un esoscheletro, un involucro sempre più trasparente, che respira, mangia, beve, dorme (poco) ma dentro c’è solo vuoto.

«Ci penso sempre, Caterina. E mi sforzo, cerco di capire, di assecondare l’idea di cosa sia meglio per la mia vita, a poi non ci riesco. E sai perché?» un sorriso amaro apparve sulle labbra del vicequestore. «Perché io vivo con al certezza che io non saprò mai più cos’è la felicità. O anche solo la serenità. L’ho conosciuta, sì, ed è andata. Sono fortunato, se ci pensi. Ci sono persone che non l’hanno mai provata in vita loro».

Per lui esiste solo il dolore che lo accompagna, che ormai fa parte di lui come una seconda pelle.

«Forse sì, forse hai ragione, lo sai cosa? Il dolore, Sandra, diventa una parte di te. Ti accompagna come fosse una pianta infestante impossibile da estirpare. E ti abitui a conviverci, come molti animali fanno coi i parassiti. Non te lo togli più di torno, il dolore, sai? Quello profondo, totale, quello che stermina ogni forma di vita come fosse un agente chimico mortale».

Manzini scrive e descrive in modo cinematografico, appassionante, lega a doppio filo il lettore con i suoi personaggi, in un certo modo li droga, perché arrivati alla fine si ha voglia di sapere che cosa accadrà dopo, e se ne vuole ancora e ancora di storie così.

Anche perché i vari personaggi ricorrenti non sono più semplice comparse, ma veri e propri coprotagonisti, a partire dalla sempre più brillante Michela Gambino, l’eccentrica capo della scientifica, che brilla sempre più di luce propria, analitica, profonda, ma anche ironica e divertente (in questa indagine ci sono pagine in cui compaiono lei e il marito che non potranno non strappare più di una risata). Ma anche i soliti D’Intino e Deruta, Casella e Scipioni, che sono sempre più determinati e per certi versi meno macchiettistici.

E se “Sotto mentite spoglie” non è sicuramente il libro migliore della serie, lo scandaglio psicologico, l’anima dolente di Rocco, l’ironia che costella le pagine, la costruzione coerente della storia gialla, l’umanità che emerge in un mondo sempre più opaco, lo rendono comunque una lettura da fare.

Sotto mentite spoglie di Antonio Manzini – Sellerio editore Palermo – pag. 546

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *