Può una scrittrice bianca raccontare la storia di due afroamericani? Se lo chiede nei ringraziamenti che, inusualmente, sono posti all’inizio del romanzo “Un bel quartiere”, Therese Anne Fowler. E risponde affermativamente, citando Zadie Smith che dice che l’importante è che chi scrive si documenti, studi, prenda in modo corretto e accurato il punto di vista dei personaggi che vuole raccontare. E, dopo aver letto tantissimi libri scritti da afroamericani, credo che l’autrice statunitense ci sia riuscita davvero in modo magistrale.
“Un bel quartiere” è un romanzo che spiazza, sia per una narrazione che alterna il punto di vista del narratore onnisciente a quello di un fantomatico noi, una sorta di coro, che richiama il vicinato – coinvolto suo malgrado nella vicenda e che dice la sua su quanto sta per accadere -, sia per la tensione che scorre tra le pagine. Perché che qualcosa accadrà e che non sarà nulla di bello lo intuiamo sin dall’inizio. Per questo si potrebbe quasi definire un thriller: il lettore segue sempre più incredulo l’incalzare degli avvenimenti, sperando che un altro finale sia possibile.
Senza raccontare nulla più del necessario il romanzo ambientato in North Carolina, vede come protagonisti Valerie Alston-Holt, professoressa di silvicoltura, vedova, affascinante, colta, esperta di botanica e con una passione per l’immensa quercia, che svetta da decenni nel suo giardino, e suo figlio Xavier, talentuoso e bellissimo, che suona con innata passione la chitarra classica. Vivono in un quartiere tranquillo dove tutti si conoscono, Valerie ha uno stimato e rinomato club del libro in cui si discute la lettura del mese, in un ambiente stimolante ed accogliente. La tranquillità del luogo viene scossa dall’arrivo, anticipato da lavori di ristrutturazione della casa, massicci e decisamente molesti, della famiglia Whitman capitanata dal capofamiglia molto popolare in città. Un uomo arrogante che pensa che i soldi e il potere possano comprare tutto. Accanto a lui la moglie Julia, apparentemente frivola e superficiale, una sorta di “accessorio” di lusso, ma in realtà con un passato turbolento e drammatico e due figlie l’adolescente Juniper e la piccola Lily. Le due famiglie, vicine di casa, in un primo momento sembrano familiarizzare, ma presto tutto prenderà una piega molto diversa.
Ogni volta che si appassionava a qualcosa di nuovo, però, sua madre gli permetteva di dedicarcisi e lo incoraggiava a spingersi fin dove desiderava arrivare. Diceva che era uno dei vantaggi conseguiti dopo le battaglie dei diritti civili. Cioè, lui era figlio di un bianco e di una nera che aveva frequentato l’università ed era cresciuto in una famiglia di classe media in un paese in cui, secondo Valerie, «puoi diventare quello che vuoi. Quello che vuoi. E puoi essere un ragazzo e basta non solo un ragazzo nero. Dobbiamo riconoscerlo, Zay, ma non darlo per scontato.»
Se il focus centrale del romanzo è il razzismo, molti altri sono i temi che si innestano nella narrazione: da quanto conti il diverso background di provenienza e l’infanzia che si è avuto, alla mascolinità tossica e il modo in cui il patriarcato domini e influenzi spesso in modo sottile ed ambiguo il tessuto sociale. Come ha giustamente osservato una delle partecipanti al gruppo di lettura con cui l’ho letto è un romanzo socio-antropologico, perché l’autrice dando voce anche al quartiere, al “si dice”, analizza la situazione e gli sviluppi che prende.
Therese Anne Fowler è consapevole che le differenze creano differenze, che esse siano sociali, di cultura, di classe, economiche, che servano per dividere la società in ricchi e poveri, colti ed ignoranti, buoni e cattivi, timidi e popolari, amati o trascurati, alla fine queste discordanze hanno un peso e aprono un divario che difficilmente si riesce a colmare.
Un bel quartiere è una riflessione spietata su quanto ancora sia lontana l’integrazione, su come, nonostante tutta la strada fatta, l’idea che una goccia di sangue nero valga ancora più di tutto, continua ad essere presente e a pesare: “se non sei del tutto bianco, allora sei nero in tutto e per tutto”.
Questo paese è integrato solo parzialmente. Esistono cerchie ristrette, ambiti sociali, in cui la mentalità tribale non è così forte. Tu ci sei dentro quindi non riesci a rendertene conto, e forse la colpa è mia che ti ho cresciuto in maniera così borghese, pensando che se avessi vissuto come una protagonista della Famiglia Robinson in cui la razza non conta, il mondo mi avrebbe assecondato.
La diffidenza atavica nei confronti del diverso, il pregiudizio che condanna prima ancora di conoscere hanno un peso enorme, che impediscono di realizzare al meglio una società davvero basata sull’integrazione non solo di facciata.
Devo dire che dopo essere arrivata infondo al libro, seppure di letture sull’argomento ne abbia fatte a bizzeffe, una rabbia sorda si è impadronita in me. Come si può rovinare la vita di un ragazzo solo per il colore della pelle, come si può condannare senza giudizio e senza prove, senza considerare neanche le parole della presunta vittima?
Ma la cronaca insegna. E il pregiudizio è ancora duro a morire.
Se sei nero negli Stati Uniti, vivi ogni giorno con la consapevolezza che nel tuo futuro potrebbe svolgersi questa scena o una molto simile. Non c’è bisogno di avere fatto qualcosa di illegale o di aver violato qualche regola. Magari hai dato un’occhiata a dei vestiti in un negozio di lusso. Oppure ti sei goduto una giornata di sole nella piscina del tuo quartiere, o hai arrostito degli hot dog su un barbecue al lago. Forse sei un pompiere nero che si occupa di ispezioni edilizie. Uno dei due ragazzi neri che aspettano un amico in un caffè. O fai parte di un gruppo di donne nere che giocano lentamente una partita di golf. Un nero che si trasferisce in un appartamento appena affittato, o che trasloca da quello in cui ha vissuto per anni. Potresti essere un ottimo studente ero ammesso a Yale, per al miseria, che si è addormentato sul divano nell’atrio del suo stesso dormitorio. Forse sei un ragazzo nero che gioca con una pistola ad aria, come fanno tanti suoi coetanei bianchi. E a un tratto arrivano le autopattuglie con i lampeggianti. Non hai fatto nulla di male, eppure ti ritrovi di fronte uno, due, cinque o dieci uomini come quelli sui gradini di Valerie Alston-Holt, e il cuore minaccia di schizzarti fuori dal petto come se cercasse di liberarsi, per andarsene prima che a qualche testa calda saltino i nervi ed estragga una pistola.
Assolutamente consigliato per la storia avvincente e convincente, per i temi attuali, importanti e degni di ampio spazio di riflessione, e per la costruzione del libro coinvolgente e accattivante che inchioda alla pagina.
Un bel quartiere di Therese Anne Fowler [A Good Neighborhood 2020] – Neri Pozza Editore (2021) traduzione di Ada Arduini – pag. 363

