Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, passo alcune ore davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura al mondo: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito. La vita mi ha reso testimone di queste due sciagure, l’una dopo l’altra, e mi ha assegnato il compito, o almeno io ho capito così, di raccontarle. A me le ha risparmiate, e prego che continui così. Ho sentito dire diverse volte che la felicità si apprezza solo retrospettivamente. Pensiamo: Non me ne rendevo conto, ma allora ero felice. Per me non è così. Sono stato a lungo infelice e perfettamente consapevole di esserlo; oggi amo quello che mi è toccato in sorte, il che non è un gran merito da parte mia, considerato quanto è facile da amare e la mia filosofia si riassume nella frase che Maria Letizia Ramolino, la madre di Napoleone, avrebbe sussurrato la sera dell’incoronazione: «Speriamo che duri».
Parto da questa frase, quasi al termine del testo “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrere, per cercare di estrapolare qualche idea su questo libro. Carrere si è trovato, per uno di quegli incredibili casi fortuiti, ad assistere, senza rimanervi coinvolto, allo Tsunami del 26 dicembre 2004: uno dei più catastrofici e terribili disastri naturali, costato la vita a più di 230.000 persone.
In vacanza con la compagna Helene, si trova ad assistere, come spettatore ai momenti successivi dello tsunami, che non li coinvolge direttamente perché alloggiano in un albergo in cima alla scogliera. E proprio per questo sono tra i pochi a non essere spazzati via dall’onda che investe le coste e frantuma vite.
La prima parte è proprio il racconto da testimone oculare dei giorni successivi alla catastrofe. Una sorta di reportage che descrive le immediate conseguenze, riporta frammenti di vite, ricordi, sogni infranti, speranze, turisti e popolazione locale uniti nel dolore della perdita e nella necessità di cercare di portare aiuto. E su tutto lo sbigottimento, il trauma della distruzione, delle cataste di morti, dell’impossibilità per molti di sapere che cosa è accaduto ai propri cari.
E tra le varie storie che racconta si concentra su quella della piccola Juliette, figlia di una coppia francese che aveva fatto dello Sri Lanka la sua seconda casa. Portata via dall’onda con l’amichetta con cui stava giocando in riva al mare, Carrere ed Helene si mettono a disposizione per cercare di recuperare la salma, sballottata, nel caos del momento, da un ospedale all’altro. E guardano la reazione dei due genitori: ammutolita e apatica quella di Delphine, risoluta e quasi eccessiva quella di Jerome, deciso a sostenere in qualunque modo la moglie.
Al ritorno, Carrere ed Helene, che la catastrofe a cui hanno assistito ha unito di nuovo – dopo un iniziale decisione che la loro relazione fosse arrivata al capolinea, soprattutto per l’incapacità di lui di amare -, sono travolti da una nuova tragedia. La sorella di Helene, Juliette anche lei, è ormai alle fasi terminali di un tumore con cui lotta fin da quando era ragazzina. Nelle visite che l’autore le fa per accompagnare la compagna, conosce un collega di Juliette, Étienne, che lo spinge a raccontare la sua storia e quella della cognata. Ripercorre così la vita della donna, ascolta i ricordi del marito, vede le tre figlie della coppia (Amèlie, Clara e Diane) che non potranno mai avere il sostegno della madre durante la loro crescita. E ascolta il racconto di Étienne, un giudice d’istanza che spinge Carrere a documentarsi sui problemi legati al sovraindebitamento e il para-strozzinaggio di banche e società finanziarie nei confronti dei piccoli consumatori. Étienne e Juliette hanno dedicato la loro vita di magistrati a combattere in difesa di persone sovraindebitate, facendo proprio il pensiero di Oswald Baudot, figura forte del Sindacato dei magistrati che negli anni settanta pronunciò questo discorso: «Siate parziali. Per garantire un equilibrio tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero che non hanno lo stesso peso, spostate l’ago della bilancia da una parte. Abbiate un pregiudizio favorevole verso la donna rispetto all’uomo, verso il debitore rispetto al creditore, verso l’operaio rispetto al padrone, verso l’infortunato rispetto alla compagnia di assicurazioni, verso il ladro rispetto alla polizia, verso la parte lesa rispetto alla giustizia. La legge va interpretata, dirà quello che volete farle dire. Tra il ladro e il derubato, non abbiate paura di punire il secondo». Un discorso che fa capire molto bene la distanza siderale del nostro sistema giudiziale da quello francese nella difesa dei più deboli.
Emmanuel Carrere in “Vite che non sono la mia” analizza la sofferenza, il dolore, la barriera sottilissima che divide la vita dalla morte, osservando il modo, diverso per ognuno, in cui viene affrontata. Un modo per esorcizzare la paura che ogni essere umano ha di quello che non può prevedere. Una sorta di catarsi liberatoria rispetto ai fatti che lo hanno visto spettatore, anche se non lo hanno coinvolto direttamente. Consapevole che quei fatti gli hanno comunque cambiato la vita.
Personalmente ho preferito la prima parte del libro, quella dedicata allo Sri Lanka, per quanto più cruda. La seconda, soprattutto nella parte in cui spiega il lavoro dei magistrati rispetto alla difesa dei consumatori, a tratti mi ha annoiata. Carrère però vuole rendere omaggio a due persone dallo stesso nome e lo fa tratteggiando le loro storie con estrema sensibilità, rendendole in qualche modo immortali.
“Vite che non sono la mia” non è, a mio parere, il libro migliore dell’autore francese ma è comunque da leggere, per essere pienamente consapevoli della fortuna che abbiamo ad essere vivi e a non dover affrontare esperienze simili, incrociando le dita e ripetendosi ogni tanto la frase della madre di Napoleone «Speriamo che duri»! Anche perché, come diceva Sofocle nell’Edipo Re “Considera sempre l’ultimo dei giorni e non dire mai di un uomo che è felice prima che abbia varcato il confine della vita senza aver sofferto alcun dolore”.
Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrere – Traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio – Adelphi (2019)

