Liz Moore è un’autrice i cui romanzi ho visto spesso ultimamente e sempre sentendone parlare benissimo. E, dopo aver terminato “Il dio dei boschi”, devo dire a ragione. Era tanto che un libro non mi coinvolgeva così tanto e la cui lettura non mi inchiodava alla pagina.
Costruito su piani temporali diversi e attraverso i punti di vista di più personaggi, è il ritratto spietato di un mondo apparentemente scintillante ma fatto di segreti, bugie e omissioni, immerso però nei boschi primordiali e selvaggi dei Monti Adirondack.
È lì infatti che sorge Camp Emerson, il campo estivo adiacente al confine della proprietà della famiglia Van Laar (dalla quale è stato fondato), i quali sono banchieri da generazioni e proprietari delle terre.
E dal Campo è scomparsa Barbara, figlia tredicenne di Peter Van Laar, adolescente ribelle e problematica dall’animo punk, in netto contrasto con la famiglia: fuga, rapimento o qualcosa di peggio? Anche perché sempre lì quattordici anni prima era scomparso, senza mai essere ritrovato, il fratello di otto anni di Barbara, Bear.
Aveva i capelli di un nero artificiale, tagliati in un caschetto sfrangiato che terminava appena sotto la mandibola, le labbra dipinte di rosso e gli occhi orlati di matita; La cosa più sorprendente erano le borchie metalliche appuntite – più di una – che le ornavano i lobi, oltre a quello che sembrava un collare da cane intorno al collo e due fasce di pelle nera ai polsi.
Mentre la ricerca di Barbara si intensifica, il romanzo interseca più punti di vista, più voci: da Louise, coordinatrice del bungalow dove alloggiava Barbara, con enormi problemi familiari e la necessità di tenersi il lavoro per mantenere fratello e madre, a Tracy compagna di Barbara, goffa e sola, che vuole solo sentitisi accolta da qualcuno; da Alice, la madre di Barbara, a Judyta, la prima investigatrice donna dello Stato, fino all’unico punto di vista maschile, Carl Stobbard, volontario del paese.
Vide tutto. Era seduta sul bordo del palco da cui si contemplava la sala e osservava le sue ragazze nei loro trionfi e fallimenti, quelle che si divertivano davvero e quelle che fingevano.
Se proprio doveva avere fede, credeva in un dio che in quel momento ragionava come lei: che tifava da lontano per le sue protette, che piangeva insieme a loro quando venivano respinte, che festeggiava ogni loro piccola vittoria. Notava le solitarie, quelle al limitare della folla; provava per loro una specie di affetto incontrollabile, avrebbe voluto avvicinarsi e stringerle forte a sé; ma sapeva che intervenire in quel modo avrebbe turbato qualcosa di sacro che – a dodici, tredici e quattordici anni – stavano imparando su se stesse e sul mondo. Ed era anche così che concepiva dio.
Mano a mano che le dinamiche si chiariscono e anche la storia del passato si fa più chiara, emergono tutte le contraddizioni, le bugie e i segreti che ognuno dei protagonisti conserva gelosamente. Tutti hanno visto, sentito o sanno qualcosa, ma, per sopravvivenza, per paura delle conseguenze, per interesse, tacciono. I due Peter Van Laar, padre e figlio, temono le conseguenze della cattiva pubblicità sulla banca che dirigono; John Paul McLellan cerca di coprire le sue relazioni; T.J., la direttrice del Campo difende il padre Vic; il capitano LaRochelle protegge un’indagine manipolata fin dall’inizio. L’unica determinata a capire che cosa è successo è la giovane e tenace detective, Judyta che, grazie al suo approccio, alla capacità di osservazione, a fare le domande giuste alle persone giuste e sicuramente ispirando più fiducia di tutti gli altri, sarà determinante allo svelamento finale.
“Il dio dei boschi” è un thriller che inchioda alla pagina ma nasconde all’interno un romanzo psicologico, che sa analizzare minuziosamente le dinamiche interpersonali e le relazioni familiari.
Il gelo che si percepisce ogni volta che compare in scena Alice, scelta come moglie di Peter proprio per la sua malleabilità, una donna che non vive ma subisce la vita, fa intravedere il vuoto di tante famiglie potenti e piene di soldi, in cui il potere, i soldi, l’apparenza e i rapporti economici contano più di tutto. Ricordandoci, se ce ne fosse bisogno, che il potere si impone, sottomette, controlla, nasconde, anche a costo di perdere se stesso e di soffocare i legami più veri e profondi.
Liz Moore riesce a tratteggiare in modo profondo i vari personaggi, presentandoli nella loro complessità, e mostrando di ognuno luci ed ombre.
E azzeccata è l’ambientazione: il bosco richiama alla mente il senso dell’ignoto, il silenzio, la perdita dell’orientamento, accogliente e paralizzante al tempo stesso, luogo atavico che ci riporta alla memoria tante fiabe (Pollicino, Hansel e Gretel), dove basta un attimo di distrazione per passare dalla luce al buio e non capire più dove sia la via che conduce a casa.
La scrittura di Moore è magistrale e coinvolgente, e “Il dio dei boschi” è un romanzo trascinante, con una storia molto cinematografica perfetta per essere trasposta sullo schermo.
Il dio dei boschi di Liz Moore [The God of the Woods 2024]- NN Editore, (2024) – traduzione di Ada Arduini – pag. 544

