Chi era Rol? Impostore o collegamento di mondi?

Chi era Gustavo Rol? L’uomo che per almeno un ventennio ha fatto parlare l’Italia per l’alone di mistero che lo circondava, per gli incontri nella sua abitazione che vedevano ospiti scelti assistere ad esperimenti per lo meno strani. Un impostore? Un’illusionista? Oppure un sensitivo, un ponte di collegamento tra i vivi e i morti, tra il mondo dell’inconscio e la realtà? Francesca Diotallevi ne L’ultimo mago non è interessata a svelare il mistero di questa personalità sicuramente fuori dal comune, quanto a raccontare una storia che non lo vede protagonista ma semmai un tramite tra due anime perse.

I veri protagonisti dell’ultimo libro di Francesca Diotallevi sono infatti Nino e Miriam, cresciuti insieme, divisi dalla guerra e dal matrimonio di Miriam con Giorgio, ritrovatisi dopo tanti anni, quando Nino pieno di debiti, con una carriera inesistente, una Remington con cui vorrebbe scrivere sceneggiature e il vizio per il gioco, piomba a Torino, la sua città, per allontanarsi dagli strozzini ma anche per tentare di ridare un senso ad una vita spezzata dalla lunga prigionia in tempo di guerra.

Anche Giorgio aveva iniziato a passare più tempo con loro. Erano diventati un terzetto. I tre moschettieri. Con le biciclette raggiungevano le sponde del fiume per fare il bagno, andavano sotto la Mole a mangiare un gelato, correvano tra le sale del museo egizio gridando di finto terrore davanti alle mummie. Nino si era accorto che anche Giorgio era affascinato da Miriam, che in sua presenza diventava più brillante e spiritoso. E lei? Lei si divertiva a fare la regina di quel minuscolo regno di appena due sudditi.

E’ Miriam ad introdurre Nino nel salotto di Gustavo Rol. Lei è affascinata da quello che vede accadere, le carte da gioco, i misteri che possono essere trucchi particolarmente ben riusciti o reali comunicazioni di un’energia che permea il creato.

Nino vede l’occasione per scrivere qualcosa su quel personaggio così misterioso, forse scoprire addirittura il suo bluff e uscire così dalla crisi di ispirazione che lo attanaglia.

In una Torino nebbiosa ed evocativa, non per nulla riconosciuta come capitale della magia bianca ma anche di quella nera, le tribolazioni di Nino, i suoi dubbi esistenziali, la sua insofferenza per le regole, ma anche la cupa disperazione di un uomo senza affetti e senza futuro, l’incontro con Rol, rappresenta non solo l’occasione per uscire dall’ombra, ma anche uno stimolo. L’uomo lo affascina, la sua storia, la sua capacità affabulatoria, la pacatezza unita però ad un carisma eccezionale, il dono di leggere negli altri, di vedere il dolore, lo portano a cercare di saperne di più a cercare di penetrare nel suo mistero, di scoprire se è un ciarlatano o è davvero qualcuno in grado di sentire le vibrazioni dell’universo, di essere come dice lui stesso “la grondaia di Dio”.

«La verità, caro dottor Murano, che io faccio poco o niente: non sono che un tramite. Un mezzo che consente a ciò che sta sopra di raggiungere ciò che è al di sotto» disse, sollevando una mano ad indicare il soffitto e abbassandola lentamente.

«Vede, io sono un po’ come… una grondaia. Sì, una grondaia che convoglia l’acqua che cade dal cielo, tamburellando sul tetto. La raccolgo e la incanalo, nulla di più, perché io non possiedo ciò che dono».

E seppur l’intenzione dell’autrice non sia quella di scrivere una biografia di Rol, la sua figura permea e costituisce il vero centro di questo romanzo. Il protagonista Nino sbiadisce e rimane sullo sfondo quando in scena c’è quest’uomo magnetico e per certi versi incomprensibile.

Gustavo Rol è stato un personaggio ambiguo e controverso, della sua cerchia facevano parte celebrità come Agnelli e Fellini, che lo apprezzavano per le sue doti, ma altrettanti, come Piero Angela, lo definivano un ciarlatano, chiedendo a gran voce una verifica scientifica di quei poteri, attraverso un esperimento concordato, ma Rol rifiutò per tutta la vita di sottoporsi a un tale esame scientifico, sostenendo che i suoi “prodigi” non potessero essere replicati perché provenienti da una fonte su cui lui non aveva alcun controllo.

Per tutta la vita sebbene tante celebrità avessero fatto ricorso alle sue doti predittive, e strani fenomeni si verificassero in sua presenza, (strumenti musicali che suonavano da soli, carte che cambiavano seme), nonostante presentisse disgrazie, vedesse l’aura delle persone, curasse con le mani, è sempre sfuggito all’attenzione generale, non rilasciando interviste, né comparendo in televisione, chiedendo discrezione e silenzio suoi suoi esperimenti, e soprattutto senza trarre alcun apparente beneficio economico da ciò che faceva.

L’aspetto, a mio parere, più interessante del libro di Diotallevi è proprio la mancanza di giudizio. L’autrice non propende mai per definire in maniera categorica Rol, lo lascia sempre volutamente indefinito. Ed è in quest’atmosfera di vedo non vedo, di sfumature ed ombre che sta la bellezza di questo libro. Infondo esiste sicuramente nell’universo qualcosa di incomprensibile alla mente umana, quel senso di mistero dato dalla fede, dal caso, a volte dalla vita stessa che sfugge ad una comprensione puramente razionale, che non è etichettabile né misurabile. Quel quid magico di coincidenze, miracoli, perfezioni che spesso rende la vita degna di essere vissuta.

Lanciò le due lire verso il cielo, considerando fugacemente quante cose erano contenute nella parola destino: possibilità, coincidenze, caso, fortuna, fatalità. A ogni bivio il fato era in grado di mostrare crudeltà e splendore in egual misura.

E che dire della penna di Francesca Diotallevi? Pura magia, incanta, ammalia, irretisce come i migliori trucchi di magia illusori eppure reali.

L’ultimo mago di Francesca Diotallevi- Neri Pozza editore (2024) pag. 238

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