Un ritratto in bianco e nero

Nessuno può richiedere a infermiere bianche di entrare in reparti o camere ove siano ricoverati maschi negri.

Per un bianco è contro la leggere contrarre matrimonio con persone che non siano di razza bianca. I matrimoni che violano questa disposizione verranno annullati.
Ai parrucchieri di colore non è consentito servire donne o ragazze bianche.

L’addetto alle sepolture non può inumare persone di colore nello stesso terreno usato per persone bianche.

Scuole per bianchi e scuole per negri non possono scambiarsi libri, che continueranno a essere usati solo dalla razza che per prima li ha avuti in dotazione.

– Jim Crow. Raccolta di leggi sulla segregazione razziale negli Stati del Sud –

The Help parte da qui, non in senso letterale, ma sicuramente come ispirazione. Negli anni sessanta nel sud degli Stati Uniti, la società era perfettamente divisa in due: da una parte i bianchi e dall’altra i neri. Scuole separate, ospedali separati, quartieri separati, addirittura bagni separati.

Le donne di colore erano le cameriere, governanti, domestiche delle signore bianche. Per loro la vita era una continua fatica, soprattutto perché la barriera invisibile che separava i due mondi non poteva in alcun modo essere superata.

Le donne bianche, invece, vivevano in un mondo fatto di bridge, partite a tennis, puntate al club e tè freschi, serviti da quelle donne di colore, con le loro divise bianche, che sgobbavano per compiacere in tutto e per tutto i desideri delle loro padrone. Donne il cui orizzonte era limitato agli abiti da indossare per le loro riunioni, agli appuntamenti dal parrucchiere, e alle chiacchiere legate quasi sempre ai matrimoni, ai mariti, ai figli e ai pettegolezzi. Un mondo chiuso che, però, si sentiva al centro del mondo, senza dubbi né incertezze, convinto che il modo migliore di convivere tra bianchi e neri fosse tenere le due razze rigorosamente separate.

Skeeter fa parte di un gruppo di amiche cresciute insieme, eppure, tornata in città dopo il college, sente di non essere più così integrata, sarà che non è ancora sposata, né in procinto di farlo, sarà che aspira a qualcosa di più e di meglio. Vuole diventare scrittrice e possibilmente allontanarsi dall’orizzonte chiuso e limitato della sua città d’origine. Oltretutto a casa non trova più Constantine, la donna nera che l’ha allevata e cresciuta e a cui lei è affezionatissima. Vane sono le sue domande su che fine abbia fatto, perché se ne sia andata: tutte le sue ricerche si scontrano di fronte ad un muro di totale omertà.

E’ questo, insieme alla necessità e la voglia di cercare altre prospettive, oltre a quella di sposarsi e fare dei figli, a spingerla a raccogliere le testimonianze di quelle domestiche che popolano la vita di Jasckson pur rimanendo sempre nell’ombra, come se ne neppure esistessero; di cercare di dar loro una voce, di comprendere che oltre alle divise e al “sissignora” “no signora” esiste altro.

The Help è un romanzo corale, che si legge velocemente tanto è appassionante. Un romanzo che alterna momenti brillanti, con altri drammatici. Un romanzo che tra le righe, butta là parecchi dei temi sui diritti civili, che cominciano a diventare caldi in quel momento storico, ma che ancora sono tabù: dall’omosessualità da curare, all’emancipazione femminile; dalla violenza domestica, agli incidenti sul lavoro. Concentrandosi sul segregazionismo, sulle esistenze parallele ma separate che le donne bianche e le loro domestiche di colore conducevano, come due binari che corrono vicino senza incontrarsi mai, fa intravedere tutta l’ipocrisia e il conformismo che albergavano negli Stati Uniti del Sud all’inizio degli anni sessanta.

E’ il ritratto di sei donne diverse tra loro.

Eugenia, detta Skeeter, l’idealista. E’ l’unica ad accorgersi dell’incoerenza di un sistema in cui alle donne nere vengono affidati i neonati, che crescono grazie alle loro cure e al loro infinito amore, per poi essere considerate meno di niente quando quei bambini diventano grandi. E’ anche l’unica che vuole una propria indipendenza, è desiderosa di allargare i limitati obiettivi delle sue amiche, ha studiato per evolversi, non per passare il tempo in attesa del marito giusto, il suo sogno è scrivere non solo di quali sono i modi più efficaci per eliminare una macchia da una camicia o qual è la ricetta perfetta per il dolce perfetto.

Hilly, la vipera, accentratrice, ipocrita e cattiva, ogni cosa deve essere fatta secondo il suo desiderio. Deve essere sempre al centro della scena, da dove domina, imponendo mode, dettando gusti e scelte, convinta della superiorità dell’uomo bianco e della necessità del segregazionismo, raccoglie soldi per i bambini africani, ma non fa nulla per alleviare la sofferenza di chi gli vive accanto.

Elizabeth, la fredda, non ha mai un’idea personale, uno slancio d’affetto verso qualcuno, un’aspirazione. Vuole essere accettata nel circolo bene della città e non essendo abbiente come loro, passa il tempo a cucire abiti sbilenchi, che fa passare per modelli di boutique. Nel giorno mensile del bridge fa sì che tutto sia preciso e di “classe”. Cerca di mascherare la sua vita imperfetta, allineandosi come perfetta gregaria di Hilly.

Celia, la svampita, ricalcata sulla figura e le caratteristiche di Marilyn Monroe, con i suoi vestiti troppo attillati, il trucco pesante, la bellezza provocatoria che fa girare la testa agli uomini ma dall’animo infantile e dal cuore enorme. Vorrebbe essere accettata, fare felice il marito, avere un figlio, ma si ritrova isolata e senza il senso delle distanze.

Aibileen, la forte, una donna pacata che ha cresciuto 17 bambini lasciandoli sempre poco prima che potessero guardarla con occhi diversi. Per lei sono stati tutti suoi figli. Ha perso il suo unico figlio in modo assurdo, da allora trova nella preghiera la forza per sopravvivere. Ha passato la vita in silenzio, a sopportare soprusi ed ingiustizie, l’incontro con Skeeter le farà capire quanto sia importante che anche le donne di colore abbiano una propria voce.

Minny, l’irruente, ha sempre la battuta pronta, la lingua tagliente che le ha procurato non pochi guai, in realtà è meno forte di quel che non sembra. Ha un marito manesco e violento e una nidiata di figli. Il suo carattere le ha fatto perdere spesso il lavoro, nonostante sia la migliore cuoca della contea. E’ la protagonista della “grande porcata” che tante conseguenze avrà nell’esistenza di tutte.

E’ il racconto di tante storie, positive e negative, di vite condotte insieme. Ad episodi che esaltano il legame tra le domestiche e le famiglie per cui lavorano, gli atti di generosità, l’affetto che lega donne che hanno vissuto insieme per decine e decine di anni, si alternano altri che raccontano vere e proprie carognate, denunce che rovinano la vita, violenze psicologiche e non.

The Help non è una storia vera, bensì un romanzo che nasce dall’esperienza personale dell’autrice bianca, che ricorda gli anni della sua giovinezza a Jackson, Mississippi. Un romanzo che lei dedica alla sua domestica Demetrie, la donna che l’ha cresciuta e che sicuramente le ha ispirato il personaggio di Aibileen.

Questo fatto, come quello che l’autrice dia voce e pensiero a donne di colore è stato negli ultimi anni molto contestato, nonostante il successo del libro e poi del film che ne è stato tratto.

Soprattutto dopo la morte, avvenuta a Minneapolis il 25 maggio 2020, di George Floyd – un uomo di colore che, dopo essere stato fermato dalla polizia e bloccato a terra, è rimasto ucciso a causa della pressione del ginocchio sul collo dell’agente che lo teneva fermo – che ha riacceso i riflettori sul problema del razzismo in America, portando il movimento del Black Lives Matter (‘Le vite dei neri contano’), che lotta in difesa della popolazione afro-americana, oggetto di discriminazioni e abusi da parte delle forze di polizia e del sistema giudiziario degli Stati Uniti, agli onori della cronaca. Al grido di “I Can’t Breathe”, le ultime parole pronunciate proprio da Floyd, sit-in, cortei e manifestazioni di protesta hanno scosso tutto il territorio degli Stati Uniti e riaperto la ferita sulla divisone razziale che, purtroppo, non è ancora cicatrizzata.

Eppure leggendo la postfazione del libro si capisce quale sia stato l’intento dell’autrice, che esprime lei stessa i dubbi e l’opportunità di scrivere e poi pubblicare un libro del genere.

The Help è sostanzialmente un’opera di narrativa, eppure mentre lo scrivevo mi sono spesso chiesta cosa ne avrebbe pensato la mia famiglia, anche Demetrie, benché fosse morta da molto tempo. Dando voce a una donna di colore, temevo di oltrepassare un confine proibito. Avevo paura di non riuscire a descrivere in modo adeguato quel rapporto che ha influenzato profondamente la mia esistenza. Un rapporto tenero, che nella storia e nella letteratura americana è sempre stato banalmente stereotipato. Ho provato un grande senso di gratitudine nel leggere l’articolo di Howell Raines ‘Il dono di Grady’, insignito nel Premio Pulizer.

«Per uno scrittore del Sud, non c’è argomento più delicato dell’affetto tra un nero e un bianco nel mondo ingiusto della segregazione. Infatti, l’ipocrisia su cui si basa la società rende sospetta ogni emozione, per cui è impossibile capire se il sentimento che esisteva tra due persone era genuino, oppure dettato dalla compassione o dal pragmatismo».

L’ho letto e ho pensato: — Come ha fatto a dire tutto questo in modo così essenziale? —. Io ero alle prese proprio con quel tema difficile, che sgusciava via tra le mani come un pesce. Raines era riuscito a fissarlo con poche frasi. Ero contenta di non sentirmi sola nella mia lotta.

Come per il Mississipi, i miei sentimenti nei confronti di The Help o sono estremamente conflittuali. Temo di aver detto troppo riguardo al confine tra donne nere e donne bianche. Mi era stato insegnato di non parlare di cose tanto imbarazzanti. Era un argomento sconveniente, indelicato, e loro avrebbero potuto sentirci. Ma temo anche di aver detto troppo poco: per molte donne di colore a servizio nelle case del Mississipi la vita era assai più dura e, al contrario, parecchie altre avevano con la famiglia presso cui lavoravano un rapporto affettivo così profondo che non avrei avuto abbastanza inchiostro e tempo per descriverli.

Di un fatto sono sicura: non credo di sapere cosa significasse veramente essere una donna nera in Mississipi, specialmente negli anni Sessanta. Penso che nessuna bianca che stacca un assegno per pagare una nera possa mai veramente capire. Ma cercare di farlo è essenziale per un essere umano.

In The Help c’è una frase che amo molto.

Non era questo lo scopo del libro? Far capire alle donne “Siamo semplicemente due persone, e non sono molte le cose che ci separano. Molte meno di quanto si pensi”.

Personalmente credo che, seppur, una donna bianca, non riuscirà mai a capire fino in fondo che cosa si prova ad essere nera, già cercare di mettersi nei suoi panni di provare a intuire il suo stato d’animo e le sue difficoltà, e sentire cosa prova sia un primo passo per avvicinarsi al problema, per capire che il problema c’è, per rendersi conto di quanto il razzismo faccia ancora parte della nostra società e come sia necessario approcciarsi ad esso, con umiltà, con empatia, per iniziare a porvi rimedio.

Un ultima annotazione da questo romanzo è stato tratto nel 2011 il film The Help diretto da Tate Taylor e interpretato da una schiera di bravissime attrici: Emma Stone, nel ruolo di Skeeter, Viola Davis, in quello di Aibileen, Bryce Dallas Howard, Hilly, Jessica Chastain, Celia, Octavia Spencer, Minny, Allison Janney, la madre di Skeeter, e Sissy Spacek, la madre di Hilly.

Uno di quei rari casi in cui la pellicola cinematografica riesce a rendere giustizia alla pagina scritta e rendere vivi i personaggi descritti.

The Help di Kathryn Stockett – Mondadori (2009) – pag. 522

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