“Se tu inciampi, io ti sorreggo”

Negli ultimi mesi il romanzo Oliva Denaro è uno di quelli di cui si è parlato di più. E meritatamente aggiungo. La storia di una ragazza che anche a costo della sua “reputazione” preferì denunciare il suo stupratore anziché sposarlo, ha indubbiamente destato indignazione e commenti.

Eppure fermarsi solo a questo non rende assolutamente giustizia ad una storia potente e ad una scrittrice che personalmente mi aveva già conquistato con Il treno dei bambini, ma che conferma con questo la rara capacità di riuscire a mescolare fatti reali con racconto inventato.

Siamo nell’Italia degli anni sessanta, una società in rapido cambiamento, ma ancora piena di vecchie tradizioni e usanze ancestrali soprattutto nel Sud. Oliva è una ragazzina di quindici anni, con tutte le contraddizioni di un’adolescente. Una ragazzina che non sa se vuole sposarsi, che ricopia su un quaderno i volti dei divi, che ama studiare ma, non tanto, per potersi affrancare da un destino già scritto, ma per il piacere che le dà il sapere. Una ragazza che adora accompagnare il padre a caccia di lumache, indossare gli zoccoli, sfogliare le margherite, il suo fiore preferito, correre per le strade, guardare le nuvole con il suo amico Saro. Una ragazza che declina “rosa rosae rosae…” come un mantra, una formula magica per tenere lontane le brutture. Una ragazza lusingata ma anche spaventata dai complimenti e le attenzioni di Paternò, il giovane pasticcere di una famiglia influente e poco raccomandabile, che ha preso una sbandata per lei.

Oliva che vede la stanchezza della madre, le occhiaie nere della sorella, la libertà dell’amica Liliana, così diversa da lei, così sicura, con entrambi i genitori che lavorano e la voglia di diventare deputato, come Nilde Iotti, per portare avanti le battaglie di emancipazione. Liliana, infondo ha fatto sua la lezione del padre, sindacalista e fotografo, che organizza riunioni “comuniste” per cambiare le cose, per far comprendere che ci possono essere principi, valori e scelte diverse da quelle tradizionali. Che crede che il cambiamento debba iniziare dalla donne e soprattutto dalle donne del sud perché sono quelle che sono state più in silenzio. Oliva che ammira la maestra Rosaria e soffre quando lei viene trasferita altrove.

«La donna non è mai singolare»

«La donna singolare non esiste. Se è in casa sta con i figli, se esce va in chiesa o al mercato o ai funerali, e anche lì si trova assieme alle altre. E se non ci sono le femmine che la guardano, ci deve stare un maschio che la accompagna».

Oliva, che seguendo, le raccomandazioni della madre, si comporta bene, non dà confidenze, non sorride, lascia anche la scuola pur di conformarsi ad un’idea femminile passiva e sottomessa, e che proprio per questo, quando subisce la violenza, si sente tradita da tutto e tutti, compresi i libri, che raccontano solo bugie.

Mi fermo davanti allo scaffale e sfioro il dorso dei libri, a uno a uno, ma nessuna di quelle storie parla più di me. Tutte le mie insegnanti hanno mentito: le tabelline sono un imbroglio, il trapassato remoto è una menzogna, la forma attiva, passiva e riflessiva, «su cui e su qua l’accento non va», il complemento di termine, le Idi di marzo e il «marmaluòt», «spero-promitto-iuro vogliono l’infinito futuro», i nomi delle Alpi «ma-con-gran-pena-le-re-ca-giù»: tutto è una bugia e io sola, con gran pena, precipito. Anche l’oscurità mi diventa insopportabile come una benda sugli occhi, così cerco l’interruttore a tentoni. Mi avvicino ai ripiani, apro un libro ma non riesco a comprendere quello che leggo, le righe allineate l’una sull’altra sono lunghi animali neri che strisciano sulla pagina, le frasi non hanno più legami tra loro e le parole si svuotano di significato come contenitori bucati. Non è vero che la cultura ci salva, maestra, io ho sempre studiato e non è servito a niente. Allungo il braccio e con furia spazzo via tutto quello che trovo: i soprammobili dalle scansie, le penne e i quaderni dalla scrivania, i libri dagli scaffali. Calpesto nel buio le cose che mi erano care.

I libri giacciono squadernati ai miei piedi in posizioni innaturali, come corpi dagli arti fratturati, il cartone delle copertine si è staccato dal dorso e le pagine, rimaste scoperte, mettono a nudo le bugie che raccontano: le Piccole donne non cresceranno mai, Dorothy non è stata nel regno di Oz, Pollyanna ha smarrito il segreto della felicità, Alice non ha trovato la posizione per rimpicciolire e Lucia Mondella, proprio come me, non si è salvata facendo voto alla Vergine.

Mi lascio cadere sulle ginocchia e mi sdraio su quel giaciglio di carte: sonno non ne ho, fame nemmeno. Il mio corpo non serve più a niente. Al matrimonio oramai non sono buona, a dire il rosario nel cerchio delle donne neppure, e tantomeno al ricamo: chi lo vorrebbe un corredo macchiato di vergogna?”

Oliva che però sa reagire e non accettare un matrimonio riparatore che la condannerebbe, come la sorella, ad una vita da reclusa, accanto ad un uomo che non ama e che, sicuramente, non la rispetta. Oliva che, nella grande sofferenza, non ci sta a diventare un’altra delle tante donne senza futuro, senza voce in capitolo, messe da parte, additate e dice no. No ad un matrimonio riparatore, no a non denunciare ciò che ha subito. E se anche la giustizia non la ripagherà della sofferenza subita, né le darà la soddisfazione che merita, andrà comunque avanti a testa alta.

«Giustizia è una parola scivolosa, ci sta la giustizia della legge e la giustizia degli uomini, che non sono propriamente l’identica cosa»

E se Oliva, e i suoi occhi neri, risplendono, la figura che domina la scena, nel suo silenzio, nelle sue frasi smozzicate, nel suo “non preferisco” è il padre Salvo Denaro. Un mezzadro che caccia lumache e rane, che coltiva il suo orticello, che alleva galline, dipingendo la loro stia di giallo per desiderio della figlia, ma che sa quanto valore abbia il volere di Oliva. Un uomo pronto ad ascoltare a lasciar scegliere. Una figura immensa. Il padre che merita ogni figlia femmina.

«Se tu inciampi, io ti sorreggo»

Viola Ardone restituisce nelle sue pagine l’atmosfera di un piccolo paese della Sicilia, un paese in cui tutti osservano, guardano, criticano, dove le malelingue, le “maleforbici”, incessantemente pronte a tagliare e cucire, sono sempre al lavoro. Esemplare è il momento del rosario, in cui tra una preghiera e un’altra, le donne si scambiano gli ultimi pettegolezzi e mettono sulla graticola i comportamenti giudicati troppo liberi e come tali da condannare.

La scrittrice che avevo già apprezzato nel commovente Il treno dei bambini, in cui raccontava, attraverso lo sguardo disincantato e profondo di un bambino, Amerigo, la trasferta momentanea offerta dal partito Comunista ai bambini napoletani e del sud verso il nord, più ricco, per offrirgli maggiori possibilità, sia economiche che d’istruzione, si conferma capace di amalgamare in modo magistrale storia recente e romanzo.

E raccontando una storia ispirata alle tante donne, soprattutto del sud, che seppero dire no al cosiddetto matrimonio riparatore e che lottarono per veder modificata la legge in materia, ricostruisce il clima di omertà, la cultura chiusa di un paese tanto colpevole della violenza subita dalla giovane, quanto il ragazzo che materialmente ha stuprato Oliva. Infondo il prete, la perpetua, il maresciallo dei carabinieri, il paese intero, sono tutti complici di chi ha commesso il reato, perché nel momento in cui invitano Oliva a ripensarci a non presentare denuncia, ad accettare la domanda di matrimonio riparatore è come se giustificassero il comportamento sopraffattore di Paternò.

La più celebre delle tante storie di cronaca coinvolse Franca Viola e tanto fece discutere l’Italia degli anni sessanta, ispirando anche un famosissimo film interpretato da una giovanissima Ornella Muti. La giovane sedicenne venne rapita e violentata dall’ex fidanzato, dopo che i genitori avevano deciso di rompere il fidanzamento perché il ragazzo, appartenente ad una famiglia mafiosa, fu accusato di furto e associazione a delinquere. Questi, dapprima, reagì mediante intimidazioni minacce e poi decise di ricorrere alla violenza nei confronti della ex fidanzata, consapevole che il codice penale, all’art. 544, prevedeva che il matrimonio estinguesse il reato di violenza sessuale. Si trattava del cosiddetto matrimonio riparatore che nella logica del tempo risistemava la situazione, senza tener conto né della volontà della vittima né della sofferenza patita. Non bisogna dimenticare che, seppur questo articolo è stato abrogato nel 1981, l’ordinamento ha continuato a considerare i reati di violenza sessuale reati contro la morale e non contro la persona, fino al 1996.

Oliva Denaro di Viola Ardone – Einaudi (2021) – pag. 298

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