Ho letto “Frankenstein” di Mary Shelley solo pochi anni fa, domandandomi come non avessi sentito il richiamo di un libro così doloroso e struggente e così totalmente nelle mie corde prima di allora. E questa riflessione si è estesa alla sua autrice, a quella giovanissima diciannovenne che, per una sfida nata per gioco in una notte di tempesta, scrisse un’opera simile.
Per questo era curiosa di leggere “Il nido segreto” di Martina Tozzi, scrittrice di cui avevo già apprezzato, e molto, “Per la brughiera”, dedicato alle sorelle Bronte, e “Il sogno semplice di un amore”, ispirato a Elizabeth Siddall, al suo amore per Dante Gabriel Rossetti e al mondo dei preraffaelliti.
Il grande pregio di Martina Tozzi è quello di contestualizzare ed inserire il personaggio che racconta nella sua epoca, scandendo, anche temporalmente, i momenti salienti, le tappe e gli snodi del destino.

Mary nasce orfana di madre: Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo e grandissima pensatrice, che sosteneva i diritti delle donne e auspicava a una parità di genere impensabile per l’epoca, muore nel darla alla luce. Per lei quella donna eccezionale sarà solo l’immagine di un quadro, che il padre, il filosofo e politico William Godwin, conserva nel suo studio, e un mito di cui leggere le opere, cercando di seguirne e realizzarne le idee. Fin dall’inizio la persona a lei più vicina è la sorella Fanny, che sua madre ha avuto da una relazione con Gilbert Imlay e che Godwin accetta di crescere come figlia sua. Ed è il punto di vista di Fanny, la prima voce che sentiamo ne “Il nido segreto”. Fanny, quattro anni, cerca la madre, la ricorda e per certi versi la idolatra, ma il suo carattere timido, riservato, poco incline a mettersi in mostra e molto più predisposto a farsi piccola, quasi invisibile e a servire gli altri, le impedirà di scrivere il proprio destino.
Il padre ha un’ammirazione totale per la piccola Mary: la trova intelligente, brillante, somigliante alla donna amata che lo ha lasciato troppo presto. Ma Godwin è anche un uomo pieno di idee ma di poco costrutto, pieno di debiti, che dopo pochi anni sposa la vicina di casa con due figli, Charles e Jane, per ricreare un ambiente più simile possibile ad una famiglia.
Mary cresce quindi con Fanny e con Jane, che nutre una vera e propria venerazione per la sorellastra: la segue, la imita. Mary ha una natura selvaggia, non sopporta le regole, segue i principi ispiratori della madre, legge, studia, ricevendo un’istruzione inusuale e avanzata per una ragazza del suo tempo, e mal tollera la matrigna, che, a sua volta nutre poco affetto per la figliastra. Per questo viene spesso allontanata dalla casa familiare, prima in collegio, poi in Scozia.
Ma tutto cambia con l’arrivo in scena di Percy Bysshe Shelley: grande ammiratore di Godwin, gli scrive per palesargli la sua stima e poi diventa indispensabile quando Godwin stesso, in una terribile situazione finanziaria, gli chiede un prestito. Sarà l’inizio di un legame determinate per tutta la famiglia ed in particolar modo per Mary.
Shelley, aristocratico, è affascinante, colto, e sia Fanny che Jane rimangono conquistate dal suo modo di fare e se ne invaghiscono. E lui flirta con entrambe nonostante sia sposato e sia padre di un bambino. Ma sarà l’incontro con una giovanissima Mary a rivoluzionare tutto.
[…] Mary aveva ammesso con se stessa di essere innamorata, prima di tutto, cosa che lei non si era mai permessa di fare. Non importava se i genitori erano contrari, se Shelley aveva una moglie e una figlia, non importava se ogni ragione logica gridava che quell’emozione era uno scandalo e una follia. Mary si era aggrappata all’amore, non alla ragione, e Shelley, Shelley con le sue insicurezze annegate nella boccetta di laudano, Shelley con i suoi continui viaggi senza meta da una città all’altra, Shelley con le sue lotte per una società di uguali, pacifica, senza contrasti, Shelley – come tutti – con il suo desiderio di essere amato, si era arreso di fronte alla risolutezza dell’amore di Mary, alla sua capacità di tenergli testa, alla sua fiamma interiore.

Martina Tozzi conduce il lettore in un lungo percorso di vita, dove amore, dolore, creatività, morte, libertà, anticonformismo, emarginazione si intrecciano e germogliano in opere immortali.
Ci fa conoscere Mary bambina, che impara a scrivere il suo nome leggendo quello di sua madre sulla sua tomba nel cimitero di St. Pancras, un luogo a cui lei si sente particolarmente legata: lì sente la presenza della madre e lì avverrà poi lo “sposalizio” con Shelley. Poi scoprire con lei l’intensità dell’amore verso Percy, il poeta bello e visionario, bizzarro e passionale. Un amore, però destinato ad essere condannato dalla società perbenista. E da lì seguirli nei tumultuosi viaggi dall’Inghilterra alla Francia, all’Olanda e successivamente all’Italia, senza tralasciare il soggiorno a Ginevra, presso Villa Diodati, dove furono creati il capolavoro di Mary Shelley, “Frankenstein”, e “Il Vampiro” di Polidori, e dove visse momenti indimenticabili con Percy e Lord Byron.

Ci fa scoprire le idee di Mary sul matrimonio.
Era piuttosto scettica riguardo l’intera faccenda del matrimonio, per dirla tutta. Le donne perdevano ogni diritto con le nozze, diventavano pupazzi nella mani di un uomo, e perché mai lei avrebbe dovuto dare tanto potere a chicchessia?
E da dove nascono alcune ispirazioni ed idee che ritroviamo in Frankenstein.
Si affacciava sul porto da dove le navi partivano per la pesca di balene nel mar Artico ogni primavera. Mary fantasticava sulla meta di quelle grosse imbarcazioni, dirette verso una landa di ghiaccio e gelo che infiammava la sua fantasia. Immaginava quella terra bianca e pericolosa, in cui il freddo penetrava nelle ossa e il vento sferzava con violenza. Immaginava di essere anche lei un esploratore, non le piaceva l’idea di cacciare balene e fantasticava ad occhi aperti di viaggiare verso il Polo Nord per trovare una fonte perenne di elettricità, una scoperta che avrebbe cambiato per sempre le sorti dell’umanità.
E soprattutto l’amore che la stessa autrice aveva verso la sua creatura, verso quell’essere che chiede solo di essere amato.
Nella stesura, la storia cambiò da come era stata originariamente concepita, e Mary si trovò sempre di più a prendere le parti del mostro, dal quale ogni uomo scappava, spaventato dal suo aspetto terrificante, che non aveva chiesto di ricevere la vita e che era stato abbandonato anche dal suo stesso creatore. Ogni giorno, Mary osservava soddisfatta le pagine del manoscritto che aumentavano di volume. Era felice e produttiva come non lo era mai stata prima.
Ci porta nel suo animo, geloso della sorellastra Jane, che poi deciderà di farsi chiamare Claire, sempre presente nella sua vita e spesso terzo incomodo nella sua relazione con Shelley. Ci farà vivere attraverso i suoi pensieri lo sgomento, il dolore, l’umiliazione, l’abbandono del padre, le preoccupazioni economiche; l’inquietudine senza pace di Shelley che li porta a cambiare casa, luogo, paese, in continuazione; l’apprensione per la salute dei figli e il dolore per la loro morte prematura; il terrore per la passione del marito per le barche, e infine il desiderio di mantenere intatta la sua memoria e imperitura la sua opera.

“Il nido segreto” è un romanzo toccante e commovente, non si può certo restare indifferenti di fronte alla disperazione che spinge al suicidio Fanny, né di fronte alla lunga serie di lutti che colpiscono Mary, i suoi figlioletti amatissimi e poi lui, l’uomo della sua vita, come se il Destino si fosse accanito in modo implacabile con lei.
Da tutto il romanzo traspare il profondo rispetto che Martina Tozzi nutre per la vita e le opere della scrittrice inglese. L’autrice toscana ha uno stile delicato, una grande attenzione ai dettagli, frutto di studio e ricerca, e una sensibilità che emerge ad ogni pagina.
Consigliato a chi ama la biografie romanzate e a chi ama Frankenstein e vuole saperne di più.
Il nido segreto di Martina Tozzi – Nua Editore – pag. 382

