Ci sono libri che danno la sensazione fortissima di un ritorno a casa. Come se immergersi tra quelle pagine cancellasse magicamente anni e esperienze e riemergesse lo spirito della prima volta. Per me il libro che forse maggiormente incarna questa sensazione è Piccole donne. Prenderlo in mano nell’edizione, ormai “distrutta” della Marzocco, (un’edizione che come dice una piccola nota a matita nel frontespizio è appartenuta a mio padre e porta la data del luglio 1950), o in quella illustrata di Fabbri Editore del 1980, è tornare alla me bambina, quando passavo lunghissimi pomeriggi domenicali nella casa dei miei nonni, in compagnia di una fervida immaginazione che mi permetteva di vivere le storie che leggevo e sognare ad occhi aperti possibili futuri. E la Laura decenne o poco più si immedesimava totalmente nella ribelle Jo, insofferente alle regole, piena di vita e di idee, che scriveva, scriveva e leggeva in una soffitta allestita a sua immagine.
Jo aveva ambizioni molto più alte; quali di preciso, ancora non lo sapeva, ma il tempo l’avrebbe aiutata a capire; e intanto si dannava l’anima perché non poteva leggere, correre e cavalcare quanto avrebbe voluto. Il carattere impulsivo, la lingua tagliente lo spirito indomito non facevano che metterla nei guai, e la sua vita era una sequenza di alti e bassi, buffi e patetici al tempo stesso.
Non so se questa rilettura sia la quinta o la sesta. “Piccole donne” di Louisa May Alcott è forse il libro che ho letto più volte nel corso della mia esistenza.
Dalle prime edizioni da bambina fino a quelle complete di adulta. Conosco la storia, i passaggi, e soprattutto i personaggi, ma, ogni volta, la magia si ripete e la famiglia March mi regala sempre qualcosa di più e di nuovo.
Le quattro sorelle March, così diverse di temperamento, sogni, carattere, perfettamente caratterizzate fin dalle prime righe, paiono emergere dalle pagine con tutto l’entusiasmo della loro giovane età.
“Senza regali il Natale non sarà un vero Natale”, brontolò Jo, sdraiata sul tappeto.
“Che cosa orribile esser poveri!”, sospirò Meg, guardandosi il vestito ormai vecchio.
“Però non mi pare giusto che ci sono ragazze che hanno un sacco di belle cose carine, e altre che invece che non si beccano un bel niente”, aggiunse la piccola Amy, tirando su col naso, offesa.“Ma noi almeno abbiamo un padre e una madre, e noi sorelle”, disse Beth, dal suo angolino, in tono soddisfatto.
Meg, la maggiore, è concreta, materna, desiderosa di cose belle, e ambisce alla bellezza, a poter avere un abito nuovo, o qualcosa di più di quello che le finanze familiari le permettono.
Jo, il maschiaccio di casa, risoluta, disinteressata alle frivolezze, alle apparenze, appassionata alla lettura, alla scrittura, a mettere in scena sempre nuove rappresentazioni con le sorelle.
Amy, vanitosa, presuntuosa e frivola, dalla personalità artistica, si sente esclusa dalle piccole attività mondane delle sorelle a causa della sua età, vuole essere considerata e trovare spazio per emergere.
Infine Beth, timida e fragile, la più dolce, la più affettuosa, generosa ed amorevole, amante degli animali, della vita familiare e della musica, prova stupore e gratitudine per tutto.
Quattro sorelle diversissime, ma unite da affetto, considerazione e stima. Un legame che non è scevro da scontri, battibecchi, pungenti scambi di battute, e a volte anche da vere e proprie sfide (basti pensare al conflitto tra Jo e Amy che hanno caratteri opposti), ma comunque fortissimo.
E accanto alle quattro sorelle: la madre, figura fondamentale a cui le figlie si affidano, temono e amano, la cui presenza affettuosa è il vero baricentro delle loro scelte; il Nonno Laurence, burbero a capace di gesti altruistici, il nipote Laurie, grande amico di Jo.
Louisa May Alcott mette in scena una storia familiare che ha fatto sognare generazioni di lettrici che si sono immedesimate nelle eroine descritte. Probabilmente con una preferenza per Jo, la più volitiva e moderna, colei che coltiva la propria creatività, si disinteressa alle cose frivole e sogna un futuro da scrittrice. Ma ognuna delle sorelle March incarna un’ideale femminile in fatto di personalità, gusti, caratteristiche personali in cui ogni lettrice può identificarsi.
Louisa May Alcott, cresciuta in un ambiente anticonvenzionale, figlia di un padre filosofo e idealista, istruita in casa, leggendo e studiando ciò che preferiva, insofferente alle regole e costrizioni del tempo, assorbendo il pensiero di grandi pensatori del periodo (come Thoreau e Hawthorne) che frequentavano casa sua, racconta molto di se’ e della sua vita nella sua opera. Nei quattro libri dedicati alle sorelle March, infatti, le sue idee emergono: la possibilità di scegliere se sposarsi o meno (non è l’unione matrimoniale a poter dare la felicità); l’opportunità di dedicarsi alle proprie passioni artistiche; la generosità verso i più poveri e sfortunati; il rapporto paritario tra la signora March e il marito; lo sciopero che la stessa signora March attua per insegnare alle figlie l’importanza dei ruoli familiari e della gestione casalinga; la necessità di individuare i propri difetti e cercare di porvi rimedio.
Ma al di là del contenuto, del messaggio pedagogico, dei piccoli avvenimenti che racconta, dell’evoluzione e la crescita delle quattro ragazze, quello che sempre mi colpisce sono le quattro protagoniste.
Meg, per una volta fuori casa, in un ambiente diverso dal suo, che per un attimo si snatura, assaporando complimenti e atteggiamenti che non sono i suoi.
Jo furiosa per la distruzione del suo prezioso manoscritto, simbolo e strumento della necessità per lei di superare i limiti.
Amy umiliata e punita per non aver resistito a mostrare il cartoccio di scorzette proibito dal maestro.
E Beth che accudisce le sue bambole, tutte abbandonate o reiette, nessuna integra, nessuna bella.
Quattro frammenti di vita che dicono moltissimo delle ragazze March.
Un romanzo di formazione pieno di vita tra le cui pagine si specchia anche la mia evoluzione e crescita.
Piccole donne di Louisa May Alcott [Little Women Or Meg, Jo, Beth and Amy 1868]– Universale Economica Feltrinelli Ragazzi (2020) – traduzione di Stella Sacchini – pag. 320

