La promozione di Feltrinelli “due libri a 9,90 euro” può regalare inaspettate sorprese, come è successo con “Il mio anno di riposo e oblio” di Ottessa Moshfegh. Un libro che, data la copertina ottocentesca che riprende un’opera Jacques-Louis David, credevo trattasse di tutt’altro. Problema mio che tendo a comprare i libri a scatola chiusa, senza leggere nemmeno la quarta di copertina!
La protagonista senza nome è ricca, bella, magra. Una vita apparentemente desiderabile e simile a quella di tante giovani donne ricche che popolano New York.
I primi tempi, nei fine settimana facevo quello che fanno tutte le giovani donne newyorkesi: lavaggio del colon e del viso, colpi di luce, allenamento in una palestra costosissima seguito da ammollo nell’Hammam finché non ci vedevo più niente, e poi di sera uscivo con scarpe che mi tagliavano i piedi e mi facevano venire la sciatica. Ogni tanto conoscevo uomini interessanti in galleria. Ogni tanto scopavo in giro, uscivo di più, poi sempre meno.
Una routine che non le lascia più nulla e che lei vuole interrompere con il sonno. Il suo desiderio infatti è quello di riuscire a dormire ininterrottamente per un anno intero, mettendo in stand by tutto il resto della sua esistenza. Da cosa nasca il suo disagio è più ipotizzato che spiegato. Ha perso entrambi i genitori: il padre di cancro, la madre alcolizzata si è suicidata, ha lasciato il lavoro in una galleria d’arte perché annoiata di quel mondo fatto di vernissage e mostre, il fidanzato con cui ha da anni una relazione on/off – e che l’ha mollata definitivamente -, la migliore, nonché unica, amica Reva, con i suoi problemi di bulimia, i debiti per pagare il college, la sua depressione e la sua voglia di essere ascoltata e capita – amica che è più un peso che un sollievo.
La donna vive in un appartamento nell’Upper East Side di Manhattan, dove le Torri gemelle svettano ancora nello skyline della città, e può permettersi di non lavorare e di spendere smodatamente con la carta di credito, dimenticandosi persino che cosa ha comprato e perché. Da quando ha deciso di andare in “ibernazione” narcotica la sua vita è fatta di scappate alla bodega, il piccolo supermercato gestito da egiziani vicino a casa, dove compra caffè e osserva i quotidiani; lo zapping alla televisione o i film guardati a ripetizione con i suoi divi preferiti Whoopi Goldberg e Harrison Ford; la farmacia Rite Aid dove va a ritirare i suoi farmaci; le visite alla psichiatra, la dottoressa Tuttle.
Per poter dormire ininterrottamente quanto vuole si fa aiutare da una lista infinita di psicofarmaci di varia natura: Trazodone, Ambien, Nembutal, Solfoton, Ativan, Valium, Rozerem, Xanax, Seroquel, Infermiterol, che lei mischia, e di cui sperimenta dosaggi ed effetti, aiutata anche dalla totale irresponsabilità della psichiatra che l’ha in cura. Deve incontrare, almeno una volta al mese, la dottoressa Tuttle per ottenere le prescrizioni mediche necessarie al suo progetto e quando la vede le racconta di non riuscire a dormire, anche se dorme già per intere giornate. E la psichiatra in modo superficiale le dà campioni di farmaci e prescrizioni smodate, dimenticandosi di volta in volta che cosa le ha dato e facendole sempre le stesse domande – “I tuoi genitori come stanno?”-.
“Non sono mica tossica”, le avevo detto sulla difensiva. “Voglio solo prendermi un po’ di tempo per me stessa. Questo è il mio anno di riposo e oblio.”
La donna non si sente drogata, né analizza mai questa scelta come problematica. Vuole solo dormire, per rallentare il ritmo, bloccare il flusso dei pensieri, cancellare le preoccupazioni, mettere in pausa la propria vita, non sentire più la pressione, rallentare il cervello, e così rendere tutto più sopportabile, sperando di risvegliarsi rinata, pronta ad affrontare ostacoli e problemi con rinnovata tranquillità.
Le giornate che preferivo erano quelle che passavano senza che me ne accorgessi. Mi rendevo conto di non respirare, stravaccata sul divano, a fissare un vortice di polvere che uno spiffero creava sul parquet e per un secondo mi ricordavo di essere viva, poi svanivo di nuovo. Raggiungere quello stato richiedeva grandi dosi di Seroquel o litio mischiate a Xanax, è Ambien o trazodone, e non volevo esagerare con quelle prescrizioni. C’erano calcoli raffinati per somministrare sedativi. In genere l’obiettivo era arrivare a un punto in cui potevo scivolare alla deriva facilmente e tornare in me senza spaventarmi.
“Il mio anno di riposo e oblio” è un romanzo con una protagonista abbastanza insopportabile, una storia tutto sommato ripetitiva, con frequenti richiami alle terapie, o meglio alle pillole che ingoia senza remore né pensieri e ai film che vede a ripetizione, le visite dell’amica e le sue crisi, le sedute surreali con la psichiatra, eppure si rimane incollati alla pagina, chiedendosi cos’altro inventerà e cosa mai accadrà ancora. C’è tra queste pagine qualcosa di allucinato e ammaliante che incolla alla pagina, probabilmente lo stile spiazzante, irriverente e surreale, il sottile humour nero che pervade tutte le pagine, la malinconia che traspare da una storia di solitudine e abbandono, seppur volontario. Ma alla fine la sensazione è di aver letto un libro originalissimo e particolare, in cui la sensazione di annebbiamento mentale, di irrealtà, di percezione tra sogno e incubo, è resa alla perfezione.
E la fine poi. Con un richiamo diretto alla realtà e un finale poetico e straziante al tempo stesso.
Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh [My Year of Rest and Relaxation 2018] Universale Economica Feltrinelli (2024) – pag. 231

