È possibile spiegare perché finisce un amore? Si può cercare di capire quale sia il momento che ne ha decretato la fine? Quando si è aperta la crepa che a poco a poco è diventata voragine? È quello che cerca di fare con ironia e disincanto Diego De Silva in “I titoli di coda di una vita insieme”. Autore che ho conosciuto ed apprezzato grazie alle storie dello scombinato avvocato di insuccesso Vincenzo Malinconico e al surreale “Terapia di coppia per amanti”.
Fosco e Alice, scrittore lui, oncologa lei, si vogliono ancora bene, ma non c’è più il guizzo, la scossa, la necessità, il desiderio, il bisogno di continuare a dividere la vita. Perché quando “la matassa nevrotica” di rancori, abitudini moleste, dimenticanze si scioglie e la calma ristagna in una “pace insapore, esangue, inoffensiva, duratura” e niente più ti disturba o ti tocca, a quel punto è finita.
Attraverso la voce alternata dei due protagonisti, De Silva ci porta in una normale convivenza che in fondo potrebbe anche continuare, perché non ci sono drammi, né scenate, né litigate furiose, solo quel nulla che contraddistingue una fine.
Dalla decisione presa da Alice, che oltretutto non vuole una separazione consensuale, a suo dire assolutamente incompatibile con la volontà di mettere fine ad una relazione, alla passività di Fosco, che accetta, capisce, abbozza, dice al suo avvocato, nonché amico, di accettare tutto, perché lui non vuole nulla.
“I titoli di coda di una vita insieme” mette nero su bianco quanto sia assurdo, riduttivo e incompatibile il linguaggio freddo e burocratico di un ricorso giudiziale dalla “scrittura dozzinale” per mettere fine ad una relazione che è stata tutt’altro.
Ognuno crede che la propria storia d’amore sia unica, fatta di quel mix di calore, partecipazione, passione, condivisione, che la rende imparagonabile a qualsiasi altra, e vederla ridotta a qualche paginetta di accuse e recriminazioni risulta mortificante.
Se c’è una cosa, in tema di separazione, che non ho mai capito, è perché uno dovrebbe dare i suoi fatti più intimi in pasto ad un perfetto sconosciuto, attribuendogli il potere di decidere chi ha ragione e chi ha torto, ammesso che ragione e torto esistano e si possano addirittura quantificare, stabilendo pure la misura della ripartizione tra i coniugi. Finché si tratta di redigere un atto congiunto, già predisposto e concordato nei dettagli, che un magistrato si limita a ratificare come farebbe un impiegato amministrativo di un qualsiasi ufficio, è un conto. Ma l’idea che un signore mai visto prima faccia apprezzamenti sulla moralità di due coniugi, e che siano proprio loro, o uno dei due (quello che rivendica un’onta da lavare), a conferirgli quella specifica discrezionalità per uscirne vittorioso, la trovo una convenzione invincibile frutto di una mentalità inquisitoria e retrograda che riconosce al pettegolezzo (perché poi di questo si tratta) l’autorità del giudicato.
Per questo Alice propone a Fosco di scriverli loro insieme i titoli di coda di una vita insieme.
E così raggiungono Cavaliere, il paese dell’infanzia di Fosco, il luogo della memoria, dei ricordi, dei rimpianti, di quello che poteva essere e non è stato. In un viaggio che è un tuffo nel passato e un modo per lasciar andare, per definire ciò che è avvenuto e non tornerà.
– Gli oggetti di cui ci circondiamo, – riprende, – a parte quelli essenziali come le pentole, il letto, qualche sedia e un tavolo dove mangiare, non ci servono. Sono pensieri, ricordi. Testimoni. Rimandano a tempi vissuti, a frammenti di scene che dimenticheremmo se quella fruttiera, quel candelabro o quella cornice non le avessimo cristallizzate in un’immagine che per quanto sfocata vediamo ancora. Li conserviamo perché ci sentiremmo ingrati a privarcene. Mentre è liberandosi delle cose che si va avanti.
Diego De Silva scrive un libro crepuscolare ma non triste, un romanzo in cui vi sono intere pagine che sarebbero da sottolineare e rileggere per cercare di cogliere l’essenza dell’amore e a volte la banalità e inesorabilità della sua fine.
Perché sono le minuzie che modellano la vita insieme. I piccoli gesti ricorrenti con cui disegniamo le parole nell’aria, i tic (che l’altro ben conosce e tollera oppure ama, se ti ama proprio tanto), le pause che ci prendiamo per ribattere, sono la punteggiatura della convivenza.
De Silva parte dal fatto, per certi versi ovvio, che ogni storia d’amore contiene due verità, due prospettive, due punti di vista e quindi anche due versioni.
L’amore non è una storia, ma due. È lo squilibrio narrativo che rende scellerato il patto che regola la vita di coppia. Ci riconosciamo in un racconto comune, medio, fatto di concessioni reciproche, di compensazioni, di «Fa niente».
E arriva a considerare la totale inadeguatezza di qualsiasi definizione di amore e di conseguenza anche della sua fine.
«La verità è che non c’è senso nella fine di un amore. Come nell’inizio, del resto».
Perché se è difficile, per non dire impossibile, cogliere tutte le sfaccettature e la complessità dell’amore, è altrettanto complesso definirne a parole la fine. E capirne il senso.
“I titoli di coda di una vita insieme” è una potente riflessione sull’amore, la vita di coppia, la difficile arte del vivere insieme, e allo stesso tempo la fatica di lasciar andare.
I titoli di coda di una vita insieme di Diego De Silva – Einaudi (2024) – pag. 234

