Ossessione coniugale

Ci sono libri che ci lasciano completamente spiazzati, che mentre leggiamo ci chiediamo dove andranno a parare, cosa vogliono raccontarci e perché. È quello che mi è capitato leggendo “Mio marito” di Maud Ventura. Un libro comprato per caso, per fare il paio con un altro in una delle promozioni Feltrinelli. Un romanzo che mette al centro della narrazione una voce femminile, una donna senza nome, che esordisce dicendo di essere ancora follemente innamorata del marito nonostante sia sposata ormai da quindici anni.

 Amo mio marito come il primi giorno, di un amore adolescenziale e anacronistico. Lo amo come se avessi quindici anni, come se non avessimo nessun vincolo, né casa né figli.

       E prosegue questa dichiarazione, dicendo che vorrebbe mandargli messaggi di continuo, vorrebbe fare l’amore tutte le sere, che invidia gli amori vietati, le passioni trasgressive, il cuore che batte a senso unico… lei soffre per questo amore immenso e per un vuoto smisurato che comunque questo amore non riesce a colmare mai.

       E il succo del libro è già in queste due prime pagine: la protagonista professoressa d’inglese e traduttrice sulla quarantina che, nonostante i sentimenti corrisposti, la tranquillità della sua vita, i due figli, non riesce ad essere pienamente soddisfatta della sua relazione coniugale. Analizza ogni gesto, esamina ogni sguardo o parola, seziona ogni azione: un bacio a fior di labbra, un commento che non è quello che si aspetta la mandano in crisi. Controlla le mail, vaglia la posta, annusa le camicie del marito per trovare tracce di profumo femminile o di capelli che non siano i suoi. Sa che il marito non la tradisce, ma la sua gelosia più che verso altre donne, è rivolta a tutto ciò che sfugge al suo controllo: i pensieri, le idee, la vita interiore ed emotiva dell’uomo che per lei sono inaccessibili, per questo ogni ritardo, ogni distrazione, ogni piccola mancanza innescano in lei il dubbio, il rancore, la preoccupazione e soprattutto la spingono a ripagarlo della stessa moneta.

       Se mentre guardavano la televisione insieme, lui ha osservato troppo il cellulare il giorno dopo lei non gli risponderà al telefono. E così via, applicando, secondo la sua logica, pene proporzionate.

 È proprio il principio della giustizia riparativa, e so per esperienza quanto sia importante stare in una relazione in cui regni un minino di equità.

       Certo ci sono anche episodi in cui non riesce a trovare la pena giusta, e si sente offesa e incompresa come quando, a cena con amici, l’uomo la paragona ad una clementina, un frutto che lei trova banale ed economico e lontano da come lei vorrebbe essere percepita dal marito.

       E in questo desiderio di controllo e analisi, la donna appunta il quotidiano, sfoga la sua frustrazione in quaderni su cui annota le mancanze, e pondera possibili soluzioni alle presunte lacune del marito.

       E pagina dopo pagina emerge l’ossessione patologica della donna verso il marito, il suo bisogno maniacale di controllo, nascosto dietro un’apparente perfezione. La donna nasconde emozioni, stati d’animo e timori, tenendo il marito sotto costante e soffocante verifica in un modo sempre più inquietante.

       Mano a mano che la storia si snoda – l’arco narrativo si concentra in una settimana, scandita dai giorni che la protagonista associa a colori e a stati d’animo fissi – l’ossessione della donna, la sua smania di controllo, si trasmette anche al lettore, che si sente come invischiato in una tela di ragno, perché la lettura che sta facendo, nell’apparente leggerezza, lo immerge nella mente disturbata di lei e, grazie alla scrittura in prima persona, diventa conturbante e soffocante al tempo stesso.

       È davvero amore quello che la protagonista dice di provare? E i suoi comportamenti, le sue reazioni, i suoi pensieri sono logici? Per lei è intollerabile condividere il tempo del marito con altro, che sia il lavoro, gli amici, addirittura i figli: il marito dovrebbe avere costantemente in mente lei, dovrebbe desiderarla, cercarla, amarla, non darla per scontata, come spesso ha l’impressione che avvenga.  La protagonista di “Mio marito” è una donna intrappolata in una dipendenza affettiva ossessiva. L’impressione è assistere ad un delirio in cui nulla ha importanza (figli, lavoro, amicizie, realizzazione personale) se non il marito. Un uomo spersonalizzato dal titolo, senza nome. E una donna che si riconosce solo nel ruolo di moglie. La sua esistenza pare avere valore solo attraverso di lui, non conta altro, perché lavoro figli, amicizie, hobby, sport sono sempre e solo vissuti in relazione al marito.

       “Mio marito” è un crescendo di comportamenti illogici, spezzati nelle ultime due pagine da un finale spiazzante che ribalta la narrazione. E lascia davvero basiti e con un quesito in testa: quante coppie apparentemente normali, realizzate e soddisfatte nascondono un reciproco controllo l’uno sull’altro e portano avanti un gioco di cui conoscono solo loro le regole? Perché l’unica cosa certa è che nei rapporti di coppia, nelle relazioni, nei legami interpersonali, come nelle persone, noi vediamo solo quello che ci lasciano vedere. E spesso il contrasto tra apparenza e realtà è dirompente ed ingannevole.

       Maud Ventura, in questo suo primo romanzo, riesce a rendere in modo mirabile il lavorio della mente della protagonista, dando vita ad un romanzo psicologico intenso e ad una protagonista complessa.

       Mio marito di Maud Ventura [Mon mari 2021] – Universale Economica Feltrinelli (2024) – traduzione di Mauro Cazzolla – pag. 219

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