È estremamente difficile parlare di un romanzo come “Cime tempestose” di Emily Brontë. Sicuramente perché è uno di quei romanzi analizzati, sezionati, studiati da eminenti scrittori e critici, ma anche per la complessità e particolarità di un testo che rappresenta un unicum della letteratura.
Proverò, comunque, a buttare giù qualche pensiero, si spera coerente, partendo dal fatto che “Cime tempestose” è un romanzo di passioni, una storia dove l’emotivo fagocita completamente il razionale. Una storia che richiede tempo – e spesso riletture – per essere pienamente compresa e che forse non si comprenderà mai pienamente. Opera unica di una scrittrice incredibile, vissuta praticamente isolata da tutto, ma che è riuscita a rendere perfettamente tutta la complessità e la follia dell’animo umano, anche attraverso una scrittura evocativa e poetica come poche.
Emily Brontë parte dalla sua amatissima terra, la brughiera, dove la natura è padrona, dove il vento è presenza viva e gli estremi meteorologici sono simbolo e richiamo di quelli umani, per scandire una storia viscerale e cupa, tormentata come i suoi personaggi, intrecciando passione, odio, vendetta.
Emily Brontë è un’anima senza catene, solitaria, con un immenso mondo interiore, autonoma, sognatrice, ribelle e tutte queste sue peculiarità si riversano nel suo capolavoro “Cime tempestose”, che non è però un’opera ingenua, come può sembrare ad un a lettura superficiale, ma un romanzo colto, impregnato di letteratura, raffinato, le cui fonti d’ispirazione tralucono in filigrana. Emily sente nella brughiera e nella natura la stessa forza che ha dentro di sé. La ama per quello che è. Osservando la natura e il suo principio di distruzione ciclica, sa che è inclemente ed impietosa, violenta e imperturbabile. E tutto questo riecheggia nel suo romanzo.
Molteplici sono le chiavi di lettura di questo romanzo, partendo dalla principale – se sia o meno una storia d’amore -, per arrivare agli altri temi presenti in queste pagine: la follia di un’anima divisa che ha rinunciato alla propria vera essenza, il desiderio di rivalsa, l’odio covato a lungo e che si abbatte sulle generazioni successive, la vendetta che non considera nient’altro che la propria realizzazione, la lotta di classe.

Centrali sono i personaggi di Heathcliff e Catherine, cresciuti insieme, quasi “due corpi ed un’unica anima”, come dice la stessa ragazza a Nelly in uno dei dialoghi centrali, nonché snodi narrativi, della storia.
«… ma perché lui è me, più di quanto lo sia io. Di qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono uguali…»
E sulla natura del loro legame si è consumato e si continua a consumare fiumi d’inchiostro: è amore, o solo ossessione, e se è amore allora è tossico, malato, impossibile… In realtà chi ha un po’ di dimestichezza col mondo classico, a partire dalla tragedia greca, arrivando a quella latina, la relazione tra i due non può non ricordare gli immortali verso di Catullo:
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così e mi tormento.
Due persone che non possono vivere insieme né separate, che si amano e si odiano, in un’atmosfera tragica con un presagio di morte incombente che trasforma il loro desiderio e il loro affetto in ossessione. Basta leggere la citazione precedente o quella sotto riportata per leggere tra le più belle, intense ed indimenticabili dichiarazione d’amore della letteratura.
«Le mie sofferenze peggiori a questo mondo sono state le sofferenze di Heathcliff, e le ho sentite e patite tutte, una dopo l’altra, fin dall’inizio; se vivo è per lui. Se tutto il resto scomparisse, e restasse solo lui, continuerei a esistere; ma se tutto il resto restasse, e lui svanisse, l’universo diventerebbe per me una potenza estranea, di cui non sentirei di far parte. Il mio amore per Linton è simile al fogliame nei boschi. Il tempo lo cambierà, ne sono ben consapevole, così come l’inverno cambia gli alberi; il mio amore per Heathcliff assomiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff: lui è sempre, sempre, nella mia mente, non come un piacere, così come neanche io sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Dunque non parlare più di separazione. È impossibile, e …».
Un amore senza fine e senza confini, ovviamente tormentato e impossibile, da tragedia greca, che esiste al di là del tempo e dello spazio, che nemmeno la morte può annientare o placare, da cui scaturirà la terribile vendetta di Heathcliff. Una sete di rivincita che non si placherà né si fermerà davanti a nulla, coinvolgendo anche la generazione successiva, fulcro della seconda parte, troppo spesso dimenticata o sottovalutata.

Senza dimenticare che per Emily “l’amore è una sorta di afflizione cosmica che tutto consuma, una spinta violenta ed essenzialmente amorale, figlia di desideri incandescenti, paragonabile all’urlo della tempesta, al rombo del sole sull’onda dell’erica. Affine all’immutabile forza della natura…”, come dice Paola Tonussi nella biografia dedicata all’autrice inglese. E in questa definizione di amore non si rivede in controluce l’essenza del rapporto tra Catherine e Heathcliff?

Personalmente ho sempre trovato centrale il tema dell’abbandono. Heathcliff è un bambino trovatello, di origini incerte, prima considerato parte della famiglia Earnshaw, poi, alla morte del capofamiglia, a causa della gelosia di Hindley, cacciato e trattato peggio di un animale. L’abbandono è l’elemento che innesca i comportamenti che altrimenti paiono davvero incomprensibili di Heathcliff. E in questo trovo enormi similitudini con Frankenstein di Mary Shelley: l’antieroe della Brontë ha tratti paragonabili alla creatura senza nome di Frankenstein. Entrambi sono trattati con disprezzo, guardati con odio, tutt’al più con compassione, non accettati da chi amano. E questo atteggiamento penetra come una lama nei loro petti: se non possono far parte del consesso degli uomini, se non possono essere trattati in modo uguale agli altri, allora possono farsi dominare dagli istinti più barbari ed animaleschi e compiere così la propria vendetta, trasformando l’amore in odio, impedendo anche a chi non li ha accolti ed amati di essere felice. Nell’animo di Heathcliff domina il bambino abbandonato, mal tollerato, retrocesso a servo dopo essere stato accolto come figlio, che lo trasforma in un uomo selvaggio con uno smisurato bisogno di amore che non trovando accoglienza trasforma tutto il buono che ha in se’ in odio. Heathcliff è totalmente irrazionale, il suo animo e il suo agire sono fatti di passioni, di ardori, di assoluto e anche il suo spirito di vendetta non è lucido, ma sanguigno.
Ma in “Cime tempestose” non è solo Heathcliff ad essere un personaggio cupo e detestabile, anche se io lo trovo uno dei personaggi più complessi, sfaccettati ed affascinanti della letteratura; l’elenco è infinito e praticamente ricomprende tutti i personaggi del libro. Catherine, creatura scissa, capricciosa e incostante che sceglie di sposare Linton per necessità di accettazione sociale, rinnegando la sua anima; Hindley, geloso e vendicativo che affoga nell’alcool il dolore per la morte della moglie, senza curarsi del piccolo Hareton, cresciuto come un animale abituato più alle botte che alle carezze; oppure l’ipocrita servitore Joseph, che sventola la Bibbia e invoca la vendetta divina ogni volta qualcosa non lo aggrada; la stessa Nelly, narratrice inaffidabile e forse poco oggettiva, che oscilla tra odio e affetto e non sempre si comporta correttamente o consigliando il meglio. E non sono meglio la figlia di Catherine e Edgar, che porta il nome della madre e ha i suoi tratti di volubilità e sottile cattiveria, o il figlio di Heathcliff e Isabella, Linton, infantile ed irritante. E sinceramente non spiccano per personalità o simpatia neanche Edgar o la sorella Isabella.
«Ora vedo quanto sei stata crudele… crudele e falsa. Perché mi hai disprezzato? Perché hai tradito il tuo stesso cuore, Cathy? Non ho una sola parola di conforto: ti meriti tutto questo. Sei stata tu ad ucciderti. Sì, puoi anche baciarmi, e piangere, puoi strapparmi baci e lacrime, ma saranno la tua rovina… la tua dannazione. Tu mi amavi: e dunque, quale diritto avevi di lasciarmi? Quale diritto, rispondimi… per quel capriccio da nulla che ti è preso per Linton? Perché non c’è miseria, degrado o morte, nulla che Dio o Satana possano infliggere che avrebbe potuto dividerci: sei stata tu di tua volontà, a farlo. Non sono stato io a spezzarti il cuore, sei stata tu a spezzarlo da sola, e col tuo hai spezzato anche il mio. Tanto peggio per me, che sono forte. Ma io voglio vivere? Che razza di vita sarebbe una volta che tu… oh, Dio! E tu vorresti forse vivere con l’anima nella tomba?»
Ma “Cime tempestose” è intessuto di immagini sublimi, scene indimenticabili (una su tutte quando Catherine elenca e descrive le piume di uccello del suo cuscino, ricordando i momenti trascorsi nella brughiera, quando era libera e felice), in cui emerge tutta l’anima poetica dell’autrice. Immenso è il lirismo in cui è imbevuta l’opera (mai dimenticare che Emily è stata una grandissima poetessa) e la sua capacità di evocare e creare mondi con pochi tratti. Un romanzo fatto di frammenti, spunti, cose non dette, simbolismi, incentrato su una vicenda di separazione e ricongiunzione dopo la morte.
E alla fine penso che Emily Brontë con la sua penna dirompente e geniale, non fosse interessata a raccontare una storia, ma a dar voce alla tempesta delle emozioni. E così facendo avviluppa il lettore in una malia. Non cerca di suscitare simpatia o empatia verso i suoi personaggi, ma lascia fuoriuscire il ribollire dell’animo primordiale, di far emergere tutto il tumulto di passioni – odio, amore, vendetta cieca, abbrutimento, scelte insensate – che c’è al di fuori e al di là della ragione.
Capolavoro assoluto

Cime tempestose di Emily Brontë (Wuthering heights 1847)
Universale Economica Feltrinelli I Classici (2021) traduzione di Laura Noulian
L’Ippocampo (2026) traduzione di Monica Pareschi e illustrazioni di Aurelien Police
L’Ippocampo Papillon Noir (2025) traduzione di Monica Pareschi e illustrazioni di Isabella Mazzanti
Emily Brontë di Paola Tonussi Salerno Editrice (2019)

