Il ritorno nel paese d’origine dopo trent’anni trascorsi dall’altra parte del mondo è l’occasione e allo stesso tempo l’onda d’urto da cui parte il romanzo “Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda.
Neela, infatti, arrivata in Italia come badante e diventata proprietaria di un centro bellezza, decide di tornare nello Sri Lanka, dove ritroverà le sorelle Himali e Pavitra, mentre la figlia Ayesha, decisa a rimanere in Italia, non comprende né condivide tale scelta.
L’impatto di questa decisione e le ripercussioni sulla sua famiglia saranno profonde e riporteranno alla memoria di ognuna delle tre sorelle e della figlia la propria storia personale.
“Acqua sporca” è un romanzo corale al femminile, che ricostruisce una storia di perdite e smarrimenti, ma soprattutto di solitudini, anche attraverso il vivido affresco dei due luoghi: l’Italia grigia e laboriosa ma poco accogliente, in cui vivono Neela e sua figlia Ayesha, e lo Sri Lanka, coloratissimo e legato a tradizioni e magie del resto della famiglia.
In un continuo avanti e indietro nel tempo e nello spazio, Uyangoda lascia intravedere i legami familiari, i sogni, le aspettative delle tre sorelle, le loro delusioni e i loro fallimenti, ma anche le tensioni politiche e sociali della storia dello Sri Lanka. Un’isola, incastonata a sud-est dell’India, dove convivono buddisti, induisti, musulmani e cristiani, terra di conquista e colonizzazione per portoghesi, olandesi e britannici, squassata dopo l’indipendenza da trent’anni di guerre civili, crisi economiche e disastri naturali come il maremoto del 2004, ma soprattutto una terra dove tutt’oggi esiste la magia. Spiriti, stregoni, demoni, movimenti e posizione delle stelle sono determinanti nella vita e nelle scelte degli abitanti dell’isola. E in questo universo non mancano gli yakshaya, cioè i fantasmi che appaiono ai piedi del letto e accompagnano ogni vita come un fardello, che confonde e ossessiona e che popolano l’universo delle sorelle.
Si poteva sopravvivere alla vita e anche alle sue malattie, ma non alle stelle sotto le quali siamo nate. I cristiani avevano il libero arbitrio e la salvezza, ma a noi creature dell’altro mondo toccava al massimo la reincarnazione – le seconde possibilità, quelle mai. Non era fatalismo: una se ne va in giro, spinta da desideri e scelte, per poi accorgersi che a inchiodarti è il destino. Quando la morte ci veniva a cercare, ci trovava devastate dal rancore, dalla rabbia, dall’amarezza, e anziché assurgere a martiri, ci condannava per un altro ciclo a dannarci come streghe. Incomprese, per sempre sul rogo.
Alla figura di Neela, che ha sempre e solo lavorato, imparando poco e male l’italiano e sentendosi un’ospite indesiderata, e al suo bisogno di ritorno si contrappone quella della figlia Ayesha, irrisolta, spezzata in due, desiderosa di affetto, conscia della propria diversità. Ayesha vive sulla sua pelle il “disallineamento dell’inconscio”, divisa tra magia e psicanalisi, tra medicina occidentale e pratiche orientali. Non riesce a trovare un centro, consapevole di non appartenere a nessuna terra, di non sentirsi a casa da nessuna parte. Priva di radici a cui aggrapparsi, incapace di scegliere un’unica versione di sé, è un’identità ibrida che non trova alcun punto di contatto con la madre.
Dimenticare è una forma di protezione, e io avevo selezionato con minuzia i ricordi per la mia versione italiana: non c’è sempre un preciso confine tra i ricordi belli e quelli brutti, tra la vita qui e la vita dell’altra parte del mondo, ma avevo cercato di fare una partizione il più precisa possibile. Ero frammentata in una maniera chirurgica, rotta lungo margini frastagliati – ricompormi era una misericordia che ormai non chiedevo più a nessuno, dio o uomo che fosse.
Per Neela lo Sri Lanka è Itaca, è l’idea stessa del ritorno. Per Himali e Pavitra è una terra che non hanno voluto lasciare. Per Ayesha un altrove in cui vive un’altra parte di sé.
“Acqua sporca” è un romanzo composito, stratificato, a tratti oscuro, con un linguaggio che unisce termini srilankesi, con la lingua acquisita in Italia. Un testo che fa riflettere su cosa significa integrazione, su come sia facile confondere l’accoglienza con lo sguardo pietoso e di commiserazione nei confronti di persone che in qualche modo vengono percepite come inferiori. Su come a queste persone affidiamo compiti di cura importanti, ma senza attribuirgli valore. Di come dimentichiamo la difficoltà di adeguarsi ad un altro clima, un’altra lingua, un altro cibo, un’altra cultura, altre usanze, altre religioni, senza un minimo di comprensione.
Neela sapeva per esperienza che quei connazionali che abitavano in stanze in affitto o in appartamenti in zone residenziali e bianche preferivano andare a comprare un pasto già pronto: ai proprietaria di casa generalmente piacciono i soldi degli affittuari, ma non gli odori della loro cucina o il colore della loro pelle, e a volte nemmeno i suoni della loro lingua. Erano esistenze nude quelle degli immigrati. Dipendeva naturalmente da come suonavano le loro lingue: le erre dei francesi, le esse degli spagnoli o i gutturali dei tedeschi erano accolti a braccia aperte da quanti avevano trasformato casa della nonna, papà e zie in Airbnb ristrutturati e con i lucchetti automatici agganciati ai portoni d’ingresso.
Nadeesha Uyangoda ci fa riflettere su come è difficile essere a cavallo tra due mondi, impossibilitati a ritrovare l’unità. Su come l’eco di casa riecheggi in ogni scelta. Su quanto possa essere devastante non sapere dove tornare.
Il film d’animazione, come mi aveva corretto la signora, fu orribile, ma non mi rimase addosso quanto quel senso di vergogna per essere gente incapace di interagire con il resto del mondo, di comprendere anche solo le più basiche regole sociali: non ci mancava solo la lingua o il denaro, ci mancava la naturale sicurezza con cui gli altri occupavano uno spazio, con cui si dicevano provenire da questo o quel luogo, con cui partivano sapendo esattamente dove tornare.
Ho avuto poi modo di ascoltare l’autrice alla Libreria Melville di Massa ed è stato interessante scoprire la genesi di questo libro, che avrebbe dovuto essere un romanzo storico con un lungo arco temporale, ma è diventato poi un romanzo in cui la lingua è divenuta essenziale, perché la lingua cambia, si trasforma, assorbe le influenze e diventa testimone viva delle trasformazioni interiori di chi la parla.
Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, Einaudi Stile Libero (2025), pag. 288

