Sono cresciuta seguendole vicende e la storia di Diana Spencer sui giornali. Avevo 11 anni quando il 29 luglio 1981 si sposò nella cattedrale di St. Paul con il principe Charles, in un abito suntuoso ed enorme che a mala pena entrava nella carrozza. La ragazza giovane e timida si univa in matrimonio con l’erede al trono d’Inghilterra, davanti ad invitati provenienti da ogni angolo di mondo: pareva la concretizzazione di una fiaba.
Da quel momento ho continuato a seguire la sua storia: la bulimia, i tentativi di suicidio, la nascita di William, il viaggio in Australia, poi la nascita di Harry, la crisi prima sussurrata, poi sempre più evidente con il marito; le immagini di una giovane donna che a stento trattiene le lacrime, la freddezza tra i due coniugi, l’amore viscerale ed appassionato per i figli; l’instancabile ruolo di madrina e portavoce per numerose associazioni benefiche che lavoravano con i senza tetto, i giovani, i tossicodipendenti e gli anziani, l’impegno umanitario fatto con dedizione e convinzione sempre maggiore, le visite negli ospedali ai malati di AIDS, di tumore, la lotta contro le mine antiuomo. Poi gli scandali, prima sussurrati, poi sempre più evidenti e violenti. E lei, Diana, prima goffa ragazzina, con abiti pieni di volant, dai colori improponibili, poi via via sempre più elegante, sicura di sé, fino agli ultimi anni, elegante e raffinata, vestita dagli stilisti di mezzo mondo. Fino allo schianto nel tunnel sotto il Ponte de l’Almà.
Conosco bene la sua storia e ho idee abbastanza precise sulla sua vicenda umana, perciò quando ho visto il libro “La signorina Spencer” di Christine Orban non ho resistito.
L’autrice scrive una sorta di autobiografia della principessa del Galles. È infatti Diana che in prima persona tratteggia la sua vita, partendo dal giorno in cui sua madre se ne va di casa: il 27 aprile 1969, la madre Frances lascia la tenuta di Park House e i quattro figli per riaccompagnarsi con l’industriale Shand-Kydd. Per Diana che ha solo 8 anni, l’abbandono della madre è la prima enorme ferita dell’anima. Inutile che la madre mandi lettere a lei e ai suoi fratelli chiamandoli “miei adorati”.

La mia vita che si annunciava gioiosa, si è spezzata dopo la partenza della mamma: ho abbandonato le bambole per occuparmi del mio fratellino. E’ divenuto il mio bambino; ero giovane per una simile responsabilità, ma ho anche imparato che essere madre sarebbe stato il ruolo che avrei amato di più.
Diana cresce con un padre che affoga nel whisky l’abbandono della moglie. Vorrebbe fare la ballerina ma è troppo alta, mentre gli studi non le interessano granché. Questo fino a quando il destino ci mette la mano: i reali cercano una moglie per l’erede al trono. La ragazza deve avere una serie di precise caratteristiche per candidarsi: essere nobile, vergine ed adattabile. Il circolo delle nonne, la regina madre e la nonna materna di Diana, Ruth Fermoy, si mettono all’opera per trovare la sposa giusta.
Bisogna essere ben nate.
Bisogna piacere a sua madre.
Piacere a sua nonna.
Bisogna saper tacere.
Non avere troppa personalità.
E la nonna di Diana vorrebbe proprio che fosse una delle sue nipoti a impalmare il futuro re. La prima scelta cade sulla sorella Sarah, amante come Charles di equitazione e caccia, ma lei intelligentemente declina, parlando con i giornalisti e allora la nonna pensa a Diana, timida, malleabile, la vittima perfetta.
«Sei ancora una ragazza timida che arrossisce facilmente, una vergine spaurita, impacciata, nevrotica, ferita dai conflitti della nostra famiglia, vestita come una dama di carità, per nulla attraente, ingenua e poco colta. Dovrai farti coraggio e trovare le energie se non vuoi che ti divorino viva. Hai visto la sua cerchia? Adulatori e servili con i potenti, spietati con i deboli. Hai la capito la loro mentalità, Duch?»
Diana viene immolata sull’altare della ragion di stato, una ragazzina di diciannove anni senza educazione né cultura, abbandonata in un ambiente formale e pieno di regole da seguire, fedele a Charles e fondamentalmente indifferente, se non ostile a Diana.

Diana crede fortemente nell’amore, per lei Charles è veramente il principe azzurro delle fiabe. Sente un legame con lui, entrambi cresciuti in un ambiente freddo, avaro di gesti affettuosi, però Charles replica il distacco della sua famiglia, mentre Diana sogna la tenerezza. Ma Charles è già profondamente innamorato di un altra donna: Camilla che è presente, come terzo incomodo, fin dall’inizio nella relazione. Dapprima Diana crede di poter cambiare le cose, di poter conquistare l’amore del suo principe, ma a poco a poco comprende che non è così. Camilla è onnipresente e Charles ne è totalmente soggiogato. E lei non è una calcolatrice né ha il distacco necessario per reggere una simile situazione. Vorrebbe fuggire da quello che percepisce come una trappola, ma la sorella la riporta alla realtà, facendole vedere che il suo viso è ormai stampato su stoviglie e tazze. Per il mondo il matrimonio del secolo è l’inizio di una fiaba, per la sposa l’inizio di un incubo.
Christine Orban ripercorre a grandi linee tutta la storia della principessa Diana, dedicando ampio spazio agli inizi e terminando con la famigerata intervista rilasciata alla BBC, tratteggiando, così, un ritratto potente e veritiero di Lady D.
L’elemento però più originale e convincente è aver creato un legame tra Diana e Else, la protagonista dell’omonimo romanzo di Arthur Schnitzler, che la stessa autrice cita nei ringraziamenti, per averla ispirata e perché le due figure femminili “eroine tragiche, dal destino implacabile” si somigliano. E così facendo, intessendo le due storie, dona uno spessore tragico alla figura storica della principessa. Diana, citando Else, si sente come lei: una giovane donna abbandonata dalla famiglia, immolata per interesse, senza tener conto dei suoi sentimenti, della sua sofferenza né delle conseguenze di ciò che veniva chiesto loro.
Ero incapace di tradurre i miei sentimenti, di dire a quali emozioni mi riportava quel testo. Tutto era ancora vago nella mia testa, ma di una cosa ero certa: non avrei dimenticato Else, un filo rosso mi avrebbe legata a lei per tutta la vita. Sarebbe rispuntata furori alla minima occasione; per esempio ricordavo che sua zia sosteneva che «si atteggiava», e la nostra tata usava nei mie riguardi esattamente la stessa espressione. Avevo qualcosa di Else. Else aveva un destino, e anch’io avevo la sensazione che ne avrei avuto uno.

La signorina Spencer di Christine Orban è un romanzo che si legge tutto d’un fiato e restituisce spessore e dignità ad una figura spesso denigrata, considerata viziata, inadatta e capricciosa, ma che infondo era solo una ragazzina senza guida lasciata sola a reggere una situazione che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque.
La signorina Spencer di Christine Orban [Mademoiselle Spencer 2025] Libreria Pienogiorno (2025) – Traduzione di Sara Puggioni – pag. 253

