Trovare un senso a ciò che non ce l’ha

Parte dall’incongrua immagine dei suonatori del Titanic, che continuarono ad eseguire brani mentre il transatlantico affondava, “Botanica della meraviglia” di Maura Gancitano e Andrea Colamedici. Un gesto illogico eppure pieno di senso da cui si dipanano tutta una serie di riflessioni intime e profonde sul tempo che viviamo. Sulla deriva che pare contraddistinguere questo momento storico, così pieno di stimoli ma vuoto di significato. Così terribilmente violento e privo di speranza. Guerre, inondazioni, crisi climatiche, intolleranze sempre più manifeste, principi che avevamo dato per acquisiti messi nuovamente in discussione, la fine del diritto internazionale e dei trattati come li abbiamo intesi dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, riarmo, povertà: sono queste le immagini e le notizie con cui facciamo quotidianamente i conti, che ci opprimono e di cui non vediamo soluzione possibile. E allora se il mondo è questo, che senso ha vivere, fare progetti, ascoltare un concerto, vedere un’opera teatrale, leggere un libro, visitare un luogo e potrei continuare all’infinito.

Per rispondere a questo, i due filosofi scrivono questo testo, dicendo fin dalle prime righe, che se uno è in cerca di conforto e consolazione non lo troverà certo fra queste pagine.

Questo non è un libro per trovare conforto. Non ti renderà una persona migliore. Quello che offre è un prontuario di pratiche per non impazzire mentre il mondo brucia. Una botanica di quel che continua a crescere nell’interstizio tra lo stupore e il crollo, tra il fascino e l’orrore, tra la meraviglia che spacca e quella che salva.

Ma affermando altresì che grazie alla botanica, scienza che studia le piante, qui considerata in senso lato come osservazione di ciò che vive e continua a fiorire attraverso il collasso, possiamo mettere in atto un metodo di “resistenza cognitiva”.

Perché uno dei pochi modi per sopravvivere al momento storico più confuso e buio degli ultimi cinquant’anni, è partire dall’eudaimonia, la condizione di piena realizzazione dell’essere di cui parla Aristotele, intendendola come vivere secondo la propria natura più profonda: non felicità momentanea ma modalità dell’esistere.

Perché possiamo farci annientare da questa condizione del mondo, vivere in uno stato di ansia perenne, fidarsi delle profezie, degli oroscopi, scrollare incessantemente il cellulare alla ricerca di notizie, di pareri, di analisi più o meno accurate, oppure possiamo continuare a cercare la bellezza nonostante tutto, continuando a meravigliarci e a stupirci, come forma di resistenza attiva. Consapevoli che il dolore farà comunque parte di questo processo.

Per chi sa che la meraviglia vera nasce sempre dalla perdita, la bellezza autentica è sempre attraversata dal dolore, e molto spesso ne è immersa; che l’unica custodia possibile è quella che accetta di non poter salvare tutto.

In qualche modo il libro di Maura Gancitano e Andrea Colamedici ci spinge a cercare la vera essenza di noi stessi, a trovare quello che ci fa stare bene e coltivarlo, pur nella sua inutilità, come forma di resistenza silenziosa. In un mondo in cui occorre essere produttivi, efficienti, utili, diventa sovversivo dedicare tempo ed energie su qualcosa che non serve a niente.

Passando dal naufragio del Titanic, alla Nausea di Sartre; dalla sedia del pianista Glenn Gould, al corpo come altro da noi; dalla distinzione tra sviluppo e progresso, elaborata da Pier Paolo Pasolini, alla rinuncia di un pensiero esigente, i due autori ci spingono a farci domande, a non dare per scontato nulla, a pensare o ripensare alle categorie del mondo per non essere “agiti” dal linguaggio, ma “agenti” del linguaggio, come diceva Heidegger. E diventando tutti filosofi, nel senso di interrogarsi e riesaminare costantemente i nostri pensieri.

Filosofia è, per dirla con gli stoici, un’arte di vivere che si fonda su una pratica costante di auto-interrogazione. È una sorta di igiene mentale che impedisce l’irrigidimento delle certezze assolute. È la capacità di portare la ragione nell’immaginazione e l’immaginazione nella ragione. Non si tratta mai di un risveglio definitivo, della vittoria finale della luce sulle tenebre, ma di qualcosa che deve essere conquistata ogni volta contro l’inverno ciclico dell’abitudine e del conformismo.

Ho amato ogni singola parola di questo testo, forse perché mi ha ricordato la passione per la filosofia, accantonata anni fa chissà perché, e soprattutto perché nelle sue pagine ho trovato il riflesso di tanti pensieri che già si agitavano ed esistevano nella mia mente: dal senso di responsabilità che dovrebbe contraddistinguere ogni singolo essere umano, perché ogni azione ha sempre delle conseguenze; al senso e l’importanza della mortalità, che rende l’esistenza pregna di significato.

“Botanica della meraviglia” è un testo filosofico e critico, scritto in modo chiaro, che più che rispondere a delle domande apre infinite riflessioni sulla complessità e tragicità del mondo, ricordandoci le falle del pensieri dominante e spingendoci al cambiamento.

È un testo che ho letto poco alla volta, sottolineando, ragionando, scrivendo note a margine, cosa che difficilmente faccio con i libri. Ed è un libro che non metterò nella libreria a lascerò sul tavolo per tornare tra le sue pagine aprendolo a caso per farmi illuminare o ispirare ancora una volta. Per questo non posso che consigliarlo.

Botanica della meraviglia – Coltivare lo stupore alla fine del mondo – di Maura Gancitano e Andrea Colamedici – HarperCollins (2025) pag. 186

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