Siamo convinti di conoscere bene le persone che abbiamo accanto, soprattutto se sono familiari con cui abbiamo condiviso feste, ricorrenze, lutti, gioie, dolori, anni di vita. Pensiamo di ricevere affetto e appoggio da quella rete di protezione e condivisione che chiamiamo famiglia. Ma non sempre è così, come insegna “Lo diciamo a Liddy” di Anne Fine. La storia di legami familiari complessi, segreti e bugie di quattro sorelle onnipresenti, diverse, seppur inseparabili, con caratteri molto diversi: Bridie, assistente sociale, la sorella maggiore, depositaria dei ricordi familiari e indefessa organizzatrice delle riunioni di famiglia; Heather, professionista bancaria, fredda ed egocentrica; Stella, senza interessi né passioni se non giardinaggio e arredamento, e infine Liddy, la più piccola, sempre difesa e giustificata, incostante e apparentemente fragile. Oltre a loro mariti, figli, fidanzati, in un variegato groviglio di nevrosi, rancori sotterranei, alleanze e conflitti, in un continuo smottamento e riassestamento di equilibri.
Quando Bridie viene a sapere, dalle altre due, un episodio che riguarda il nuovo fidanzato della quarta sorella, quella “Liddy” del titolo, la sua prima reazione, per carattere e deformazione professionale, sarebbe di informarne l’interessata. Ma viene convinta a soprassedere, a meno che quest’ultima non decida di sposarlo. Quando questo accadrà, Bridie racconterà ciò che ha saputo e la reazione di Liddy sarà tanto risolutiva quanto definitiva, mentre le altre due, che all’inizio parevano d’accordo, a poco a poco si defileranno. Da quel momento tutti gli equilibri salteranno, innescando una serie di reazioni a catena e portando alla luce un segreto che era meglio rimanesse tale. Bridie sarà volutamente esclusa dalle sorelle, che, prendendo le parti di Liddy, automaticamente la metteranno all’angolo.
“Lo diciamo a Liddy” è una commedia al vetriolo sui rapporti familiari. Si potrebbe definire una sorta di autopsia delle relazioni. Basta un episodio, apparentemente di poco conto, a dare il via a recriminazioni, accuse e mancanze che sollevano il coperchio sulla reale essenza del legame che le univa. Perché l’ordine all’interno della famiglia deve rimanere tale, e uscire da questo sistema farebbe collassare tutto.
Bridie, dopo essere stata per anni il fulcro dei rapporti sororali, si rende conto di aver sacrificato tempo, attenzione, la stessa relazione con marito e figli per le sorelle. Comprende di essere prigioniera di un ruolo che si è creata inconsapevolmente e che fino a quel momento ha ricoperto perfettamente. Ma a quale prezzo?
Stava imparando un mucchio di cose che aveva sempre creduto di sapere benissimo. Per esempio era sempre stata convinta che i suoi legami familiari fossero veri; e invece adesso scopriva che lei e le sue adorate sorelle erano solo un gruppo di persone lontanissime tra loro, che avevano avuto un esordio comune ed erano rimaste unite solo al suo implacabile attivismo. Per anni era stata la regina dei loro incontri; aveva assegnato a ciascuna la sua parte e gliela aveva fatta recitare, ma solo per soddisfare chissà quale necessità personale, per provare una convinzione che era poi fasulla. Lei aveva davvero creduto che l’amore e la dedizione potessero da soli preservare certe cose.
“Lo diciamo a Liddy”, il cui sottotitolo “Una commedia agra” definisce benissimo la sostanza del romanzo, è una commedia, che nell’apparente leggerezza della costruzione, ci porta a ragionare su quanto spesso sacrifichiamo tempo, attenzioni, cura, caricandoci di pensieri e preoccupazioni per obblighi scaturiti dai rapporti familiari. Obblighi imposti che diventano un cappio, perché la famiglia a volte è un legame che toglie aria, che impedisce di essere pienamente se stessi. Bridie si trova a ragionare di non aver mai avuto tempo per se’, (una vacanza, un momento vuoto, una cena solo per marito e figli) sempre presa ad organizzare pranzi, a comprare regali, a ricordare ricorrenze legate alle sue sorelle.
Si sentiva come se le avessero inculcato delle certezze tipo “Il sangue non è acqua” o “La famiglia è il miglior sostegno” e lei ci fosse cascata come un’allocca. Erano tutte balle. A un tratto capiva come mai c’erano famiglie che si dividevano per l’eredità di un vaso, fratelli che abitavano uno di fianco all’altro e non si parlavano per colpa di una battuta infelice su una ex fidanzata, madri e figlie che si perdevano di vista per un commento tagliente sulla maleducazione dei nipotini. Com’è possibile, aveva sempre pensato finora che uno stupidissimo vaso, per quanto prezioso abbia la meglio “su tutte le altre cose”? Ma se non c’era niente, se “tutte le altre cose” erano una bolla di sapone, allora tanto valeva scegliere il vaso. Quando finalmente capisci che “tutte le altre cose” non contano più niente per nessuno, cominci a guardare il mondo da una prospettiva diversa.
Quante volte, anche noi, ci troviamo a credere in un ideale familiare idealizzato e irreale che dovrebbe reggere il peso delle nostre fragili esistenze per poi risvegliarsi in un covo di vipere, dove tutti i nostri ideali collassano.
Niente di strano, quindi, se aveva voluto credere che si potesse fare di meglio: allevare dei figli in quello che la Minto chiamava leziosamente “il crogiolo degli affetti”, fornire quella sicurezza che avrebbe loro permesso di superare le angosce dell’adolescenza, la spossatezza della maternità, la solitudine dei lutti, e gli orrori della vecchiaia. La famiglia. Un porto sicuro. Questa era stata l’unica certezza che l’aveva sorretta in tanti anni di tirocinio e di impegno, di riunioni e ansie notturne. Famiglia piccola o numerosa, chiusa o allargata, questo non aveva importanza, ma la forza degli affetti sì moltissima. E gli affetti non erano ragnatele, ma funi robuste e durevoli, a cui potevi aggrapparti per andare avanti.
Eppure esperienza e cronaca insegnano quanto possono essere distruttive le relazioni familiari e quanti danni derivano proprio dai legami che dovrebbero proteggere e consolare.
Anne Fine sa come calibrare gli ingredienti e, senza dare giudizi, senza parteggiare per nessuna, mettere in scena una commedia, in cui ogni sorella simboleggia una sorta di archetipo, regalandoci una rappresentazione veritiera, seppur dolorosa, dei legami familiari. Assolutamente consigliato
Lo diciamo a Liddy? Una commedia agra di Anne Fine [Telling Liddy A Sour Comedy 1998] – tradotto da Olivia Crosio – Adelphi Edizioni (1999) – pag. 185

