Ho letto “Il rappresentante” di Joseph o’Connor venticinque anni fa, in un periodo in cui ero affascinata dalla letteratura irlandese e dai suoi scrittori. E ne sono rimasta talmente colpita da comprare praticamente l’intera bibliografia dell’autore e soprattutto da continuare a riflettere su questa storia di dolore anche a distanza di anni, al punto da proporlo, anni dopo, nel gruppo di lettura che ho creato.
“Il rappresentante” non è un libro facile né consolatorio. Un padre, al capezzale della figlia in coma dopo una brutale rapina finita con una spietata aggressione, scrive una sorta di diario in cui, nel raccontare la sua vita, mette a nudo la sua intera esistenza, analizzando i fallimenti e le tragedie che l’hanno costellata.
Il protagonista Billy Sweeney è un uomo di cinquant’anni, che fa il rappresentante di antenne paraboliche, con un enorme problema di dipendenza dall’alcol, al punto da aver perso il lavoro dei sogni e la famiglia a causa della bottiglia.
Ad una prima parte in cui la narrazione alterna momenti del processo a carico dei rapinatori che hanno ridotto in fin di vita la figlia a immagini della sua vita passata, segue una seconda parte in cui la tensione aumenta perché l’uomo, dopo la fuga di uno dei rapinatori, ha iniziato a progettare e programmare la sua vendetta.
All’inizio scorrono, non in modo cronologico, ricordi di un’infanzia povera, di un ragazzino che ha sete di conoscenza e voglia di cambiamento, poi l’incontro con l’amatissima Grace e l’immediato innamoramento, il concerto dei Beatles a Dublino, l’amicizia fortissima con Sean, brillante intrallazzone, che, un giorno, all’improvviso gli annuncia di volersi fare prete, la cattedra di lettere, il matrimonio, la nascita di Maeve, l’alcol, gli arresti, i ricoveri, le riabilitazioni, il percorso di disintossicazione, il rapporto con la figlia.
Quando l’intervista è finita, Pat Kenny ha messo su quella vecchia canzone, Love Me Do. Non la sentivo da un pezzo. Era assolutamente stupenda: l’atmosfera pigra, l’interpretazione svogliatamente disinvolta, la pronuncia nasale dei versi, i tonfi vuoti della batteria, il lamento dolente dell’armonica. Quando avevo la tua età, Elvis era grande. E Little Richard grandissimo. Ma a quei tempi, ogni volta che sentivo Love Me Do mi tornava in mente il fumoso e industriale Merseyside, gelido nella nebbia mattutina. Quella mattina ho alzato il volume della radio e mi sono messo a cantare anch’io ad alta voce.
Pagina dopo pagina Bill Sweney fa emergere tutti i demoni interiori che lo accompagnano, tra cui capeggia la dipendenza dall’alcol che gli ha rovinato la vita, privandolo di gran parte di ciò che aveva faticosamente conquistato. Un viaggio nella psiche di un uomo annientato dal dolore, che sente di non aver più nulla da perdere al punto da spingersi verso l’abisso della vendetta, alla ricerca di giustizia.
Mi innamorai della spensieratezza, che, come ogni bevitore può dirti, è solo la forma assunta dall’angoscia nelle giornate buone, quelle in cui non vuoi urlare di dolore. Quasi tutti gli alcolizzati di mia conoscenza sono di ottima compagnia. Perché devono esserlo. Si sono costruiti così; per loro è come indossare un cappotto. Fuori di casa mio padre era l’uomo più spiritoso di tutta Ringsend. Solo tra le pareti domestiche diventava il poveraccio tremante e irascibile che a volte ho visto sbirciando nello specchio. Era un grande attore; mi è capitato spesso di pensare che sarebbe stato un ottimo rappresentante.
Fino al punto in cui il romanzo, crepuscolare e malinconico, vira in una sorta di thriller: il momento in cui il rappresentante decide di rintracciare il rapinatore scappato e fargliela pagare. Da qui il romanzo si fa crudo, con scene a tratti raggelanti e improvvisi cambi di prospettiva.
O’Connor scrive un romanzo intenso e complesso, in cui l’analisi psicologica dei protagonisti permette di entrare a fondo nelle motivazioni, nei segreti, negli errori, nei fallimenti che hanno costellato la sua esistenza. Ponendo al lettore una serie di domande tutt’altro che banali sulla vendetta, sulla figura di vittima e carnefice, sul ribaltamento dei ruoli, sulla giustizia sommaria, il perdono, la compassione, il disagio giovanile, gli errori dei padri che paiono trasmettersi geneticamente ai figli. La grandezza dell’autore irlandese è la mancanza di giudizio. Lo scrittore non si erge a giudice, racconta soltanto, lasciando al lettore di trarre le proprie opinioni su quanto sta leggendo. E facendo emergere le tensioni sociali e i problemi di una generazione persa dell’Irlanda degli anni novanta: l’Ira, la droga, l’alcol, l’emigrazione verso la più ricca Gran Bretagna, la mancanza di prospettive e soluzioni.
Ogni persona è la somma delle proprie scelte, disse, ciascuno di noi è una storia, un misto di desideri, esperienze, fantasie.
Un romanzo che lascia attoniti e ammaccati, che negli anni non ha perso nulla della raggelante e spietata storia che racconta. Un romanzo senza redenzione che attraversa l’oscurità della condizione umana e che si imprime nella memoria del lettore. Un capolavoro da leggere.
Il rappresentante di Joseph O’ Connor [The Salesman 1998] – Edizione Euroclub Italia (1999) su licenza Ugo Guanda Editore – traduzione di Eva Kampmann – pag. 380

