Intreccio di vite

Viola Ardone ha la capacità di descrivere mondi, avvicinare a temi complessi e regalarci personaggi intensi e credibili. L’ha fatto meravigliosamente ne Il treno dei Bambini, raccontando una pagina di storia poco nota. Ha bissato, in quello che personalmente ritengo ad oggi il suo libro migliore, in Oliva Denaro, nell’esperienza della violenza e nella dignità di denunciarla. Ha raccontato la “smarginatura” della follia e della sua cura in Grande Meraviglia. E torna ora con una storia che unisce depressione, perdita, elaborazione del lutto e guerra in Tanta ancora Vita.

Un romanzo che intreccia tre storie e tre vite. Quelle di Kostja, un bambino di dieci anni che per fuggire alle bombe, alla guerra, alla distruzione, attraversa da solo mezza Europa per ricongiungersi con la nonna; di Vita, una professoressa, che sente di aver perso il senso della propria esistenza, che lotta quotidianamente con Orietta, la personificazione della sua depressione, e di Irina, la nonna di Kostja e la colf di Vita, che ha imparato l’italiano leggendo tre volte la Divina Commedia e che parla come il Sommo Poeta.

Tanta ancora Vita è il racconto di due guerre, quella reale vera, terribile che si combatte in Ucraina, il luogo da cui Kostja è fuggito e dove ancora combatte suo padre, e quella interna, personale, invisibile con cui lotta Vita. E di due madri, impotenti rispetto alle scelte dei figli, al loro destino. Madri spezzate, combattive o arrese, unite però dal dare un futuro al bambino che le ha coinvolte nella sua esistenza. Un romanzo anche sulla speranza e sull’amore che innescano le piccole creature.

«Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore».

Come già in Grande Meraviglia, però, ho trovato le varie voci non completamente accordate. La vicenda di Irina, una donna laureata in filosofia, che si ritrova a fare la domestica, fingendo un’ignoranza che non ha, per mantenere un figlio scapestrato in Ucraina, con un marito ubriacone e la necessità di restituire una famiglia e un futuro al nipote rimane, a mio parere, troppo in superficie. Così come la guerra che resta un fondale di cartone, necessaria allo svolgersi della vicenda, ma non perfettamente messa a fuoco.

Con lei parlo il linguaggio degli stranieri, grammatica niente, lessico niente, morfologia niente. La sintassi elementare degli esclusi. Mantengo la distanza nelle parole e nei pensieri, forse per non sentire più la nostalgia e dimenticare il ritorno, come i compagni di Ulisse dopo aver mangiato il frutto del loto. Per lei io sono Irina che urla e strascica le parole, che martorizza i verbi, che mescola la Divina Commedia con espressioni da trivio. Uccello cacato divano. Non morire, signora, mentre sono fuori per spesa. Alzare da letto prima che arrivino le piaghe. Le uniche verità che i padroni possono accettare sono quelle povere di grammatica che sembrano innocue perché fanno pietà. Noi stranieri siamo al polvere della società: invisibili e ubiqui. Restiamo in contatto col lato corporeo della vita dei nostri padroni, lo sporco, gli escrementi, i resti. Li osserviamo vivere e sappiamo molte più cose di quelle che loro sanno di noi. Sappiamo se hanno dormito o sono stati svegli, se sono a dieta o hanno messo peso, se hanno litigato col marito o hanno fatto l’amore, se hanno l’amante, se si sentono in colpa. E si sentono in colpa quasi sempre, per tutto.

La parte più convincente, coinvolgente e dolorosa risulta essere, invece, quella di Vita. Una donna spezzata, incapace di ripartire, annichilita da un dolore con cui non riesce a fare i conti, con un’elaborazione della sofferenza inceppata. Una donna che fa fatica ad alzarsi dal letto, che ha una presenza costante accanto a se’, a cui ha dato addirittura un nome, Orietta, che le consiglia cosa non fare, e le sussurra costantemente la totale inutilità di tutti i suoi gesti e di tutte le sue azioni.

E’ Orietta a prendere il sopravvento quando passa intere giornate a letto, obnubilata dagli antidepressivi, quando rimane in pigiama per intere giornate, ripensando a quello che è stato e che non tornerà più.

La depressione è un’amante dispotica e violenta che monopolizza i pensieri e brucia il tempo intorno. Non chiede niente in cambio, non devi lavarti né pettinarti né truccarti, nemmeno devi parlare. Vai bene come sei, anzi: meno sei, meglio è. È esigente ma tollerante, ha l’unica ambizione di tenerti con sé. […] Orietta non mi abbandona mai, come una madre tossica e asfissiante, e io la seguo docile verso una destinazione oscura senza rimpatrio.

Diventa così centrale la descrizione della depressione, il senso di impotenza, la malattia che ti divora da dentro, ti butta a terra e prende il sopravvento, svuotando pensieri, reazioni, rendendo incapace chi ne soffre di qualunque gesto e qualunque reazione. Il dolore di Vita passa dalla pagina e arriva dritto e straziante al lettore.

Posso dire la stessa cosa anch’io: Vita non c’è più, Vita si è persa. E non l’ho persa quando te ne sei andato, ma a poco a poco, fino a quando completare il puzzle non è diventato impossibile, perché non si vede più neanche il disegno iniziale. Deve essere la forma di depressione di cui parla Pirozzi: una mano invisibile che ogni giorno nasconde un pezzo.

Tanta ancora Vita non è perfetto, forse non è il migliore di Viola Ardone ma regala pagine intense e riflessioni a non finire e soprattutto spiega meglio di tanti manuali cosa sia la depressione e come sia difficile uscirne.

Tanta ancora Vita di Viola Ardone – Einaudi Stiel Libero (2025) – pag. 320

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