Avevo appena terminato di leggere Tanta ancora Vita di Viola Ardone e una serie di riflessioni sul lutto, soprattutto riguardo alla morte di un figlio, si agitavano scomposte nella mia testa. Un pensiero che razionalmente sfugge dal nostro cervello. Un’impossibilità manifesta. Si può continuare a vivere dopo una simile tragedia? Come si sopravvive a qualcosa talmente fuori natura che persino il vocabolario si rifiuta di definire: si è orfani, vedovi, ma si rimane genitori a vita.
E ancora l’idea che nel lutto ci sia non solo l’assenza, la mancanza, il vuoto, ma anche il senso di colpa, perché la vita va avanti, riparte, faticosamente, dolorosamente, ma lo fa. Puoi ancora accumulare esperienze, fare cose, vedere luoghi, collezionare ricordi, ma l’altra persona no. Cristallizzata per sempre in un presente immobile.
«Non avremo più ricordi insieme. Questo è il punto cieco del dolore.»
E mentre ragionavo su questi temi mi sono ricordata di aver comprato ma non ancora letto Inventario di quel che resta quando la foresta brucia di Michele Ruol. Un libriccino dalla copertina bellissima ed evocativa, che ricorda il volo di Peter Pan e dei suoi bimbi sperduti dell’Isola che non c’è. Un libro che parla proprio di sopravvivenza al lutto. E non ho resistito. Ho messo da parte tutte le letture da fare e mi sono gettata a capofitto fra quelle pagine. Risucchiata nella storia di Madre, Padre, Maggiore e Minore. Una storia che racconta come si attraversa un trauma, senza sapere se si sopravvive davvero.
Una storia che come avverte l’autore in una nota iniziale è di fantasia, ma al tempo stesso non lo è.
“Questa è un’opera di fantasia, ma è possibile che, nel corso della lettura, incontriate somiglianze o coincidenze con persone, luoghi, accadimenti reali. Per quanto ci sforziamo di inventare, tutto è già accaduto. E tutto accadrà ancora, in forme che non sappiamo prevedere. Possiamo solo immaginare nuovi modi per dire ciò che c’è. Considerate le risonanze come segni del caso o del destino, secondo la vostra teoria del tempo.”
Inventario di quel che resta quando la foresta brucia di Michele Ruol non è un libro facile, perché colpisce il nervo scoperto di ogni genitore: l’improvvisa perdita di due figli. Un avvenimento che cancella il futuro di Maggiore e Minore, e apre un baratro nella vita di Madre e Padre.
La bellezza di questo libro, però, sta nel modo, chirurgico, a tratti distaccato, ma in realtà coinvolgente e profondo, con cui l’autore racconta la storia. Lasciando parlare gli oggetti. Descrivendo una casa, i mobili, le suppellettili che lasciano riaffiorare ricordi, tracce di vita. Novantanove oggetti – quanti sono i capitoli del libro – da cui emergono frammenti, tracce, impronte, che portano con sé sensazioni, bugie, cose non dette, dubbi, domande a cui non seguirà mai più una risposta.
Capitoli brevi, a volte brevissimi, e un inventario che si compone senza alcun ordine cronologico, e da cui a poco a poco emerge la vita di prima, la storia di Madre e Padre, quella dei due fratelli, il loro carattere, i loro amici, le loro passioni, i loro sogni, le loro differenze.
Maggiore era metodico e paziente. Adorava due cose il disegno e i manga, e a quelli si dedicava. Minore invece era incostante, si entusiasmava e si stancava nel giro di poco. Il karate, i rollerblade, la chitarra, la fotografia: meteore che catturavano la sua attenzione e, improvvise com’erano arrivate, se ne andavano.
E in mezzo l’attraversamento del dolore, il distacco tra Padre e Madre, il modo diverso in cui i due genitori affrontano la perdita, il silenzio calato tra di loro, come un muro impossibile da scalfire.
In Padre il dolore si era preso spazio lentamente. Si era allargato, fino a quando aveva coperto tutto. Il suo corpo, i suoi pensieri, quello che gli stava intorno.
Era stato una nebbia appiccicosa il dolore, che aveva aderito alle superfici delle cose e non si era più staccata. Se n’era accorto togliendo l’infuso dalla tazza che teneva sulla scrivania, piena solo di acqua sporca che non sapeva di niente. Il libro che aveva letto era diventato illeggibile, le pagine rivestite da una patina opaca. Grigia la luce che veniva dal lampadario, lattiginoso il mondo che vedeva dalla finestra.
Il dolore era diventato la sua vita: lui era diventato il dolore. Avrebbe voluto annullarsi, per poterlo eliminare. Si sarebbe voluto smontare – amputare – pezzo a pezzo, fino a trovarne il nucleo. Farsi solo tronco, come i gelsi potati a testa di salice, che gli aveva mostrato Madre sui suoi libri.
Ruol analizza lo scorrere del tempo che per chi sopravvive ad un trauma non scorre, ma si addensa, si contorce, si frammenta, perché il vissuto si fonde con il fantasticato, con quello che poteva essere e non è stato, con le vite che conoscevamo ma non in tutti gli aspetti, che dovevano proseguire e non interrompersi senza un perché. Con l’amara consapevolezza che come non si scappa dal dolore, “di dolore non si muore” e bisogna attraversarlo e trasformarlo, dandogli nuove forme e trovando un modo per dargli senso e riempirlo di significato.
Inventario di quel che resta è un libro profondissimo in cui filosofia e psicologia si fondono. Ruol attraverso una scrittura fatta di sottrazione ci regala un libro magnifico: doloroso, terribile che ci mette di fronte a tutta la fragilità e il vuoto di qualcosa che la razionalità non riesce ad elaborare.
Passati otto anni, il dolore era sempre lì, immutato.
Madre, quando pensava alla sua vita, immaginava la foresta distrutta dal fuoco nella stessa notte dell’incidente. Rivedeva quelle distese di alberi carbonizzati, distese di moncherini neri lungo il fianco della montagna.
Un bosco identico a quello che c’era prima non ci sarebbe mia più cresciuto, lei lo sapeva.
Inventario di quel che resta quando la foresta brucia riesce, grazie ad una scrittura secca, asciutta, ridotta all’osso, a scavare dentro senza retorica né sentimentalismi. Un romanzo devastante ma sublime: uno dei migliori libri letti quest’anno.
Inventario di quel che resta quando la foresta brucia di Michele Ruol – Edizioni Terrarossa, Sperimentali (2025) – pag.198

