Dissolvenza

Dopo averne sentito parlare tantissimo con definizioni che variano tra “disturbante” “folle” “forte” ho deciso che era arrivato il momento di farmi una mia personale opinione su La vegetariana di Han Kang, premio Nobel per la letteratura 2024.

La storia della lenta ed inesorabile dissoluzione di una donna. La sua scelta di non mangiare più carne né alcun derivato di origine animale, i suoi incubi, mischiati ad alcuni ricordi della sua infanzia. Una scelta che all’inizio pare solo etica ma che diventa una sorta di ribellione, unita ad una volontà di dissolvimento e metamorfosi.

Un libriccino breve suddiviso in tre parti, che scandiscono tre diversi punti di vista: quelli del marito, del cognato e della sorella.

Nella prima parte la voce narrante è il marito che assiste impotente ma anche furioso alla scelta della moglie. Una scelta che lui non condivide e che anzi cerca un tutti i modi di contrastare anche perché preso dal lavoro e dalla carriera la scelta della moglie rischia di ripercuotersi anche sull’opinione che gli altri hanno su di lui. Fino ad una violentissima scena in presenza della famiglia d’origine della moglie in cui quest’ultima viene forzata a mangiare.

La seconda è raccontata dal cognato. Dopo l’increscioso episodio familiare, il marito si è allontanato dalla giovane che pare sempre più ritirata in un suo mondo interiore. Il cibo ormai per lei è qualcosa da cui cerca di tenersi lontana. E anche i vestiti sono solo qualcosa che impedisce alla sua anima di emergere. Il cognato, un artista che utilizza tecniche nuove per esprimersi, rimane soggiogato dalla piccola macchia mongolica che la donna ha su una natica. Per lui diventa un’ossessione. Vuole ritrarla, farla diventare oggetto della sua arte, ma questo aspetto si mischia all’intenso desiderio sessuale che prova per lei.

Nell’ultima è la sorella a dover fare i conti con una vita precipitata a causa delle scelte di Yeong-hye. La ragazza, ormai ridotta pelle e ossa e ricoverata in una struttura, si rifiuta di alimentarsi e respinge qualsiasi tentativo di nutrirla artificialmente. Lei sente di aver raggiunto il suo scopo quello di tornare ad una vita vegetale, essere albero, immergersi come radice nella terra e far esplodere la bellezza delle sue foglie rigogliose.

Tre parti diverse quasi opposte. Se nella prima il punto focale è il giudizio del marito, uomo mediocre che più che rimanere turbato della scelta della moglie o cercare di comprenderla è preoccupato solo delle conseguenze sulla sua vita, sullo scandalo che può coinvolgerlo. Nella seconda emerge l’elemento onirico, il sogno che pare per un attimo avvicinare i due cognati. L’espressione artistica come possibile via di fuga. Nella terza la metamorfosi è compiuta di rimane solo un vuoto contenitore. Un corpo ormai consunto.

La vegetariana è uno di quei testi di cui è difficile parlare perché il significato in esso contenuto può essere stratificato. Critica alla opprimente società coreana? All’ansia di performance e al soddisfare sempre l’idea e l’aspettativa che gli altri hanno su di noi? Necessità di tornare alla natura, allo stato naturale, privo di sovrastrutture? Condanna ad una cultura fatta di regole in cui il benessere personale si piega alle prospettive altrui? Analisi degli effetti del patriarcato sulla donna? O forse metafora di quel desiderio di libertà che si nasconde in ogni donna, spesso costretta a subire un destino che non le appartiene, mantenendosi in silenzio, ai margini della società?

Sinceramente non lo so, a me ha colpito che la sofferenza di Yeong-hye, il suo essere sempre al centro della narrazione ma senza mai considerare il suo punto di vita. Considerata un peso per il marito, un oggetto sessuale per il cognato, una delusione per la sorella, che solo alla fine pare essere attratta e risucchiata dallo stesso desiderio di scomparire che anima Yeong-hye e che la porta ad analizzare con altri occhi la sua stessa vita e a vedere le sue scelte non più come atti di responsabilità e maturità ma semmai di vigliaccheria.

La ragione ufficiale per cui non aveva voluto che Yeong-hye fosse dimessa, quella che aveva dato al medico, era la preoccupazione di una possibile ricaduta; ma adesso poteva ammettere con se stessa come stavano davvero le cose. Non era più in grado di far fronte a tutto ciò che la sorella le ricordava. Non aveva saputo perdonarle di essersi involata da sola al di là di un confine che lei non era mai riuscita a varcare, non aveva saputo perdonare quella meravigliosa irresponsabilità che aveva permesso a Yeong-hye di liberarsi dalle costrizioni sociali, lasciandola indietro, ancora prigioniera. E prima che Yeong-hye spezzasse quelle sbarre, lei non sapeva neppure che esistessero.

Han Kang è chirurgica, essenziale. Cala il lettore in una sorta di mondo onirico senza dare nessuna spiegazione. Neanche l’iniziale desiderio di non mangiare più carne viene minimamente analizzato. Si intuisce che nell’infanzia della ragazza vi sono traumi, un padre violento, esperienze che sono state rimosse. E che dal riemergere di queste reminiscenze scaturisca la necessità di distacco, di purificazione, di ascendere ad un livello extra corporeo, privandosi del cibo, considerando i vestiti superflui, le parole una zavorra inutile. Ma quello che emerge e viene raccontato sono solo le conseguenze, il disfacimento familiare e corporale della scelta di dissolversi. E alla fine lascia a chi legge la facoltà di dare un significato proprio e diverso al disagio della protagonista.

La vegetariana di Han Kang [The Vegetarian 2007] Adelphi (2016) – traduzione di Milena Zemira Ciccimarra pag. 177

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