C’è un’infinità di dolore racchiusa nelle pagine di questo libro. Il dolore di un figlio che non si sente amato dalla madre; di una donna che sta combattendo la battaglia contro il cancro ma sa di averla ormai persa; di un vecchio che si porta dietro da anni i sensi di colpa per non aver potuto salvare chi amava; di una giovane che oppressa per la morte del fratello trova nella droga la scappatoia per uscire da un ambiente, una famiglia, un luogo, che la opprimono; di un uomo che ama una donna a prescindere dal colore della pelle ma si scontra contro l’odio razziale che appartiene ai suoi stessi genitori; di anime perse nel loro infinito desiderio di trovare finalmente una pace…
Un romanzo denso, a volte addirittura opprimente, ma anche una scrittura ipnotica e poetica che ti trascina tra le pagine come in un canto.
E il canto torna più volte a partire dal titolo: è il canto che JoJo usa per calmare la sorellina, il canto degli animali, il canto della terra, il flebile canto delle anime senza pace, il canto infine di Kayla, piccolo essere senziente e consapevole, somma di tante anime.
In questo terzo capitolo che Jasmyn Ward dedica a Bois Sauvage, piccola cittadina costiera e fittizia del Mississippi, ritroviamo un ambiente degradato, povero, dove le condizioni di vita sono disagiate, qui l’elemento razziale che negli altri due pareva marginale diventa davvero essenziale.
Nel ricordo della terribile esperienza nella prigione di Parchman vissuta dal nonno e nella reazione dei genitori di Michael alla sua relazione con Leonie, viene ribadito come il razzismo e la discriminazione non siano solo un ricordo che brucia tuttora sulla pelle degli abitanti neri ma è ancora un qualcosa di tangibile, di reale e di doloroso.
Ancora una volta una famiglia disfunzionale: un nonno Pop che rappresenta il centro di equilibrio e di affetto per i nipotini Jojo e Kayla; una nonna Mam che sta combattendo la battaglia più dura della sua vita contro una malattia che le lascia pochissimi se non nessun spazio di manovra; una figlia Leonie, troppo presa da se stessa, per essere madre; e i due piccoli, Jojo un piccolo adulto, affaccendato ad aiutare il nonno, dare sollievo alla nonna, accudire la sorella, ma con uno sguardo acuto e penetrante che giudica senza perdono le scelte scellerate della madre, e Kayla cucciola ancora inconsapevole della vita e del dolore.
La parte centrale del romanzo ruota attorno al viaggio che per Leonie è di speranza, va infatti a prendere Micheal che esce di prigione e sogna un futuro diverso, lontano dai luoghi della sua infanzia e dai ricordi che la legano a quella terra, primo fra tutti la morte drammatica del fratello.
Un lungo viaggio su polverose strade secondarie, costellato di episodi drammatici, dove emerge soprattutto, il comportamento di totale trascuratezza di Leonie nei confronti dei figli, un atteggiamento irresponsabile ed egoistico che dimostra ancora una volta a Jojo la distanza siderale che lo separa dalla madre, che non capisce la sua necessità di stare a casa con i nonni, unica isola nel mare di violenza ed indifferenza che lo circondano, e lo rende ancora più responsabile nei confronti della sorellina che durante quel viaggio in cui sta male, trova tra le braccia del fratello l’unico legame e affetto veramente reale e solido.
Due episodi su tutti lasciano il segno nel piccolo Jojo e in noi lettori, l’atteggiamento della polizia che punta l’arma alla testa del bambino durante un controllo e la breve sosta a casa dei nonni bianchi paterni, che gli regala un assaggio dei sentimenti più vili di odio razziale.
Nei capitoli del libro si rincorrono le voci di due dei protagonisti, Jojo ma anche Leonie, imprigionati ciascuno nel proprio dolore, due voci diverse a rappresentare due punti di vista diametralmente opposti e contrastanti a cui si unisce la voce di Richie, un ragazzino conosciuto dal nonno durante la sua detenzione e morto proprio nella prigione di Parchman. Uno spirito che non trova pace che cerca di di superare il velo tra il mondo mortale e l’altro mondo.
Centrale infatti in Canta, spirito, canta, la presenza di un altro mondo, un mondo con cui hanno affinità sia Mam che Leonie, che vede il fratello Given soprattutto quando è sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.
Se Pop è il personaggio essenziale, perché attraverso il suo racconto viene ricostruita la terribile esperienza nella prigione di Parchman in cui è arrivato quando era solo quindicenne, di ciò che ha visto e dovuto fare, delle persone che ha conosciuto, delle terribili condizioni a cui i detenuti neri erano sottoposti, le violenze e le privazioni sofferte. Leonie è il personaggio più complesso, una creatura fragile con un disperato bisogno di sentirsi amata, schiacciata dal senso di fallimento, incapace di creare un legame con i figli, desiderosa sola di cercare un altrove che la liberi da se stessa.
Canta, spirito, canta è un libro che non si dimentica. Tra i tre quello più crudo e tragico. Un romanzo poetico che scuote da dentro.
Canta, spirito, canta [Sing, Unburied, Sing 2017] di Jesmyn Ward – traduzione di Monica Pareschi – NNEditore (2019) – pag. 269